LA GUINEA TRA ORIENTE ED OCCIDENTE

A cura di Luigi Olita

Il golpe militare attuato in Guinea domenica 5 settembre ha sollevato una forte attenzione da parte dell'Europa e soprattutto da parte di Cina e Russia. Il generale Mamhady Doumbouya, al comando delle forze speciali, ha sciolto il Governo ed ha arrestato il Presidente della Guinea, Alpha Condè, il quale stava continuando il suo terzo mandato a capo del Paese africano, ed ha affermato che "la personalizzazione del potere è giunta al termine, con l'obiettivo di affidare la politica al popolo." Un colpo di stato messo a punto da un uomo esperto di strategia militare e soprattutto con un passato nella legione straniera francese. I principali organi ed attori internazionali hanno espresso preoccupazione per il golpe militare, ed hanno richiesto, ad iniziare dal segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres, il rilascio del presidente Condè. Anche la ECOWAS, cioè la Comunità economica degli Stati dell'Africa Occidentale, ha minacciato di imporre delle sanzioni se non fosse avvenuto l'immediato rilascio del Capo dello Stato. 

Il dipartimento di Stato americano ha condannato l'accaduto, mentre la maggior parte dei sospetti che aleggiano sul colpo di stato, fanno pensare che dietro quest'ultimo ci possa essere l'aiuto esterno da parte di attori internazionali. Infatti, se ci dovesse essere, dietro il golpe, la longa manus di un qualche attore, le accuse ricadrebbero probabilmente sulle due potenze più vicine alla Guinea: la Francia e la Russia. La prima è un attore ormai stabilizzato militarmente in quella zona, soprattutto in Mali e con mire geopolitiche ben precise, oltre che vicina al generale Doumbouya, il quale è stato forgiato dall'addestramento della legione straniera. La Francia, proprio per la sua vicinanza agli apparati militari di Guinea, potrebbe aver facilitato il golpe nel Paese per assicurarsi un militare alla guida dello Stato e per allontanare dalla sua zona di influenza altri soggetti indesiderati. In questo contesto va introdotto anche il ruolo di Mosca, la quale è presente in Guinea con la sua compagnia di contractor Wagner e potrebbe avere avuto un ruolo nel rovesciamento di Condè .

Una sfida per assicurarsi la fedeltà dell'uomo forte dell'esercito, monitorato soprattutto dal mercenari russi presenti nella zona, i quali hanno permesso alla Russia di inserirsi non solo come soccorritrice durante la pandemia per la fornitura di vaccini contro il Covid-19 ma anche per frenare le sacche di terroristi presenti nei dintorni. I rapporti tra la Guinea e la Russia sono anche molto rafforzati dagli accordi tra il Governo guineano e la Rusal, potentato russo dell'alluminio, il quale detiene la maggior parte dei diritti minerari in Guinea. A ciò, si aggiunge l'incontro avvenuto ultimamente tra l'ambasciatore russo in Guinea ed il generale Mamhady Doumbouya, con lo scopo di fare il punto della situazione, sempre più infiammata. La questione, dunque, viene contesa tra Parigi e Mosca, dove la prima cercherebbe di scalzare la seconda a causa della forte diplomazia messa in atto sia in campo minerario sia in campo vaccinale, mentre il Cremlino continuerebbe a proteggere i suoi interessi minerari e non con lo scopo di inserirsi in un contesto da sempre dominato dall'Eliseo. Una sfida che sta continuando e che è iniziata in molte parti del continente e sta destando preoccupazione a Parigi che da un po' di tempo a questa parte mira alla costruzione di un esercito europeo per "sostituire" la "cerebralmente morta" NATO, soprattutto dopo l'assenza di garanzie da parte di Washington dopo il fallimento del ritiro dall'Afghanistan. Un ruolo che potrebbe, per ipotesi, essere preso proprio dalla Francia, la quale si potrebbe porre come nuovo poliziotto a capo di una nuova Europa, forgiata secondo i diktat d'oltralpe, e di un nuovo mondo libero, non più fiducioso nelle azioni della Casa Bianca.

LA GUINEA TRA ORIENTE ED OCCIDENTE

AFGHANISTAN: INTERVISTA AL GENERALE VINCENZO LAURO

A cura di Luigi Olita

Una notizia che mai avremmo voluto apprendere, ed immagini strazianti che mai avremmo voluto vedere, ma che in ogni caso sarebbero state inevitabili. La presa di Kabul da parte dei Taliban è diventata realtà nella giornata di Ferragosto, dopo aver marciato senza fermarsi ed aver preso il controllo delle principali città quali Kandahar, Mazar-i-sharif ed Herat. Il governo afghano, sostenuto dall'Occidente, ha rassegnato le dimissioni. Il Presidente Ashraf Ghani è fuggito in Tagikistan, anche se secondo alcune fonti si sarebbe recato in Uzbekistan. Ovviamente l'arrivo dei Taliban a Kabul ha fatto piombare nel terrore la popolazione, fiduciosa negli eserciti occidentali e soprattutto nel Presidente Biden. Ciò non è avvenuto e la folle corsa verso gli aerei militari giunti per trasportare in salvo il personale diplomatico americano, si è trasformata in una vera e propria corsa verso la morte. 

Il nuovo ordine regionale che si appresta a proporsi al resto dello scacchiere asiatico e mondiale, vedrà i Taliban al potere del rinato Emirato islamico dell'Afghanistan. Ancora non si sa chi sarà il nuovo Presidente in pectore, anche se le numerose indiscrezioni farebbero ricadere il ruolo sul Mullah Baradar, uomo propenso al dialogo con le grandi potenze. Quindi, un cambio dello scacchiere geopolitico, che siamo andati ad analizzare con Vincenzo Lauro, Generale in riserva, ufficiale dei bersaglieri, già portavoce dell'Esercito italiano di stanza ad Herat. Il Generale Lauro oltre ad essere stato portavoce del contingente italiano ad Herat, vanta un vasto bagaglio di esperienza internazionale, essendo stato in Macedonia, Kosovo ed anche portavoce delle forze terresti della missione Antica Babilonia in Iraq nel 2003. 

VIG:Generale Lauro, come reputa la crescita dei talebani in questi anni e soprattutto i cambiamenti avvenuti in Afghanistan? Da semplici pastori abitanti delle montagne a macchine da guerra inarrestabili? 

L: La mia generazione di soldato comandante è cresciuta nei Balcani, ed ha avuto la piena maturazione in Afghanistan con incarichi anche di staff all'interno dei comandi internazionali. Durante i primi anni, i talebani erano armati con armi sovietiche e poca tecnologia, dimostrando la loro superiorità con la conoscenza del territorio. Con il passare degli anni, hanno acquisito la migliore filiera delle armi made in USA e molta della loro tecnologia. 

VIG:Una crescita esponenziale dell'apparato talebano, sia dal punto di vista politico che militare. Attualmente, essendo loro i primi interlocutori all'interno del Paese, quali saranno le relazioni con le principali potenze, cioè Stati Uniti d'America, Russia e Cina? 

L: A mio parere, anche grazie agli Accordi di Doha, gli americani si sono sempre più avvicinati ai talebani, consci di non poter portare a casa la vittoria. La Russia e la Cina, invece, pur mantenendo dei contatti importanti con i talebani, si muovono in modo più attento e guardingo in questo panorama, cercando di capire anche le intenzioni del nuovo governo afghano sui Paesi confinanti. Le prossime settimane saranno decisive, e vedremo come si muoveranno le diplomazie. 

VIG:L' Italia invece? Roma ha avuto comunque un peso molto importante all'interno del panorama afghano, sia come membro della NATO, che come attore posto in una zona strategica come Herat. Le relazioni diplomatiche tra l'Italia ed i talebani saranno condizionate a quelle che si stringeranno tra Washington ed il rinato Emirato, oppure ci sarà una presa di posizione da parte di Roma per riconoscere il nuovo governo? 

L: Il ruolo dell'Italia è stato fondamentale in Afghanistan, ma su questo punto direi che l'Italia è nella scia della NATO, e quest'ultima è americana dipendente. È probabile che il lavoro

diplomatico sarà comune e incentrato dunque sul lavoro dell'Alleanza Atlantica. 

VIG:Oltre a Cina, USA e Russia, anche altri attori stanno cercando di entrare all'interno del "Nuovo Grande Gioco". Turchia ed Iran, la prima sempre più stella polare dell'Islam, mentre il secondo arci nemico di Washington. Quale sarà, secondo lei, il ruolo di questi due rispettivi stati? 

L: La Turchia, sia dal punto di vista religioso che militare e diplomatico, si sta sempre più affermando come punto di riferimento fondamentale, ed è destinata a giocare un ruolo da protagonista nel rapporto diplomatico con il nuovo Emirato. Per quanto riguarda l'Iran, vedremo nelle prossime settimane cosa succederà oltre confine e come dialogheranno le rispettive delegazioni. 

VIG:Dopo aver descritto una panoramica dei rapporti diplomatici tra i talebani ed i vari attori, non bisogna dimenticare quali saranno i rapporti tra Taliban, Isis ed Al Qaeda. Ci potrà essere un riavvicinamento tra talebani ed Isis? Oppure saranno destinate a scontrarsi per affermare la loro idea all'interno del mondo islamico? 

L: Credo che i talebani non abbiamo mai interrotto i rapporti né con Al Qaeda, ne con l'Isis. Dunque sarà fondamentale analizzare il fattore terrorismo una volta che si formerà e si stabilizzerà il nuovo Stato e Governo, e come saranno puntati gli occhi delle grandi potenze sulle azioni dei talebani con questi gruppi terroristici.

AFGHANISTAN: INTERVISTA AL GENERALE VINCENZO LAURO

IL GRAN PASSO DELL'ELEFANTE

A cura di Luigi Olita

Le nuove regole nella terra dei papaveri, ormai in mano talebana, saranno dettate solo ed esclusivamente da questi ultimi. Il de facto Emirato Islamico dell'Afghanistan ha ultimamente chiesto a Washington di mantenere aperta la sua ambasciata a Kabul, così come hanno fatto le missioni diplomatiche cinese e iraniana, mai chiuse dal 15 agosto. Le grandi potenze, con USA, Cina e Russia in testa, e le medie come Iran, Pakistan ed India (concepita come una media grande potenza), stanno gettando le basi per rafforzare la loro influenza nella Tomba degli Imperi. Proprio Nuova Delhi, forte della sua alleanza sia con gli USA, sia con la Russia, non ha mai avuto molta fiducia nelle fazioni talebane. Da sempre, ritenendole, non a torto, violente ed estremiste e soprattutto controllate dallo storico nemico, cioè il Pakistan. L'India ha sempre mantenuto all'erta la sua intelligence ed il suo esercito al fine di mettere in sicurezza i suoi confini dalle minacce provenienti dai proxy pakistani. L'intelligence pakistana, l'Inter Service Intelligence, una delle più temute di tutta l'Asia, ha una forte esperienza sin dalla Guerra Fredda nell'addestramento dei mujaiddin afghani. Un pericolo che l'India, anch'essa preparata nel campo dell'intelligence, ma meno temuta e spietata rispetto all'ISI pakistana, non può permettersi di ignorare. Eppure l'Elefante indiano è un gigante intrappolato tra due fuochi, da sempre in collisione; gli USA e la Russia. Washington, in funzione anti cinese avrebbe a disposizione Nuova Delhi per arginare le mire di Pechino nella zona, andando a scongiurare anche da parte del Dragone un accaparramento delle terre rare, bersaglio di Washington. Stessa cosa dicasi per il ruolo nei confronti del Pakistan e dell'Iran, due potenze ostili agli USA e da sempre accusate, chi più chi meno, di essere finanziatrici e protettrici delle fazioni talebane più violente. L'India in questo contesto avrebbe campo libero per danneggiare le pretese di Pechino, Teheran ed Islamabad, ma allo stesso tempo, è restia ad un intervento in territorio afghano proprio per timore di repressioni talebane comandate dall'altera pars pakistana. Dopo la fuga da Kabul è difficile fidarsi degli USA e delle possibili strategie fatte a Washington, proprio per questo la palla al balzo potrebbe essere colta da Mosca. Infatti, più affidabile diplomaticamente rispetto a Washington, almeno dopo gli ultimi avvenimenti, la Russia avrebbe l'opportunità di contare sulle risorse indiane per tenere a bada il Pakistan e la Cina, nonostante l'alleanza militare stretta tra i due paesi, e contemporaneamente allontanarla dall'abbraccio americano. Un compito difficile, che spingerebbe Mosca a convincere l'India che il vero problema in Afghanistan, almeno per il momento, è rappresentato più dalla fazione afghana dell'Isis, la Isis-K, che  dal nuovo governo talebano. Quest'ultimo, inevitabilmente, dovrà iniziare ad instaurare rapporti diplomatici con le varie cancellerie europee, interessate alla ricchezza del sottosuolo, sia con il resto degli scacchieri mondiali. Le rassicurazioni della Russia riguardo il cambio di passo dei talebani, ormai non più quelli di vent'anni fa, ma più esperti militarmente e tecnologicamente, potrebbero spingere l'India ad entrare come grande potenza all'interno del secondo round del secondo Grande Gioco iniziato nel 2001, e porsi come interlocutore influente, ma soprattutto come possibile alleato della Russia. In questo contesto di divisione del territorio, o meglio, di spartizione della terra dei papaveri, sotto mentite spoglie, la Russia, attore silente ed astuto potrà giocare numerose carte per accreditarsi ancora una volta, ago della bilancia della diplomazia mondiale.

IL GRAN PASSO DELL'ELEFANTE

L'ENIGMA DEI LABORATORI

A cura di Luigi Olita

Non è un mistero che l'Occidente intero pensi, anche giustamente, che il Covid-19 sia uscito fuori dal laboratorio di Wuhan. Questa tesi, ormai sdoganata con l'amministrazione Biden ma sbandierata inizialmente da Donald Trump allo scoppio della pandemia, ormai è realtà. Infatti dopo aver quasi accantonato l'ipotesi del virus naturale, ormai questa viene superata da quella di un virus artificiale, La Cina sta cercando di difendersi lanciando accuse precise contro l'OMS e gli USA. Pechino, infatti, dopo aver concesso agli ispettori dell'OMS di visitare il suo territorio nazionale, ha puntato i piedi chiedendo alla massima organizzazione di iniziare ad indagare anche altrove. La richiesta del Dragone è chiara, riferendosi inizialmente agli USA ed ai numerosi laboratori militari sparsi nell'Europa dell'est, ma puntando il dito, soprattutto, verso Fort Detrick.

Quest'ultimo, situato nel Maryland, si occupa di questioni di biosicurezza, sviluppo biomedico e ricerca a scopo difensivo di agenti patogeni, coinvolgendo anche ebola e vaiolo. Le richieste da parte di Pechino di indagare riguardo le attività del laboratorio americano collegato al Pentagono si stanno susseguendo in queste settimane in modo estremamente ferreo. Infatti dal ministero degli esteri cinese le accuse riguardo il comportamento americano di non trasparenza riguardo le attività sulla ricerca biologica militare stanno mettendo sotto pressione la Casa Bianca. Il presidente Biden, in questo clima di accuse da parte di Pechino, ha affermato di aver ottenuto rapporti dell'intelligence americana riguardo le attività svolte all'interno del Wuhan Institute of virology. Una vittoria da parte di Joe Biden, il quale sta continuando il braccio di ferro con Pechino iniziato dal suo predecessore, e che mira in questo caso a fornire indicazioni alla comunità internazionale grazie alla serie di informazioni ricevute dall'intelligence.

L'accerchiamento da parte del governo cinese del fortino di biosicurezza di Fort Detrick è incentrato anche su incidenti accaduti in passato al suo interno. Con ciò Pechino si porrebbe in una posizione difensiva nel preservare il laboratorio di Wuhan. Con i lupi guerrieri cinesi sul piede di guerra e la Casa Bianca sempre più pressata dalle richieste di Pechino, la situazione tenderebbe a peggiorare, in questo caso però, a scapito di Pechino, proprio per gli ultimi dossier della Casa Bianca. Non bisogna in ogni caso dimenticare le accuse mosse dalla Cina riguardo la nascita e diffusione del virus, lanciate lo scorso anno proprio verso Washington. Nell'autunno del 2019, infatti, al ritorno dai giochi militari in Cina, molti atleti accusarono sintomi riconducibili proprio al Covid-19. In quell'occasione una delegazione americana era presente ai Giochi e ciò fece scattare Pechino puntando il dito verso l'intelligence americana nell'avere portato il patogeno in territorio cinese. 

Le accuse sono aumentate, secondo indagini cinesi, proprio per le ultime attività condotte nel 2019 all'interno del laboratorio americano, riguardanti proprio ricerche nel trattare nuovi virus. Ovviamente queste accuse non esentano i cinesi da responsabilità, proprio per la poca trasparenza dimostrata dal governo di Pechino all'inizio della pandemia. Nonostante lo scambio di accuse continuo tra le due potenze, Joe Biden al momento pare avere il coltello dalla parte del manico, intenzionato a procedere per stanare il misfatto, anche grazie ad un OMS ormai non tanto più solidale nei confronti di Pechino.

L'ENIGMA DEI LABORATORI

IL CALCIO ITALIANO K.O.

A cura di K. von Metternich

Il campionato di calcio di Serie A non è iniziato di certo sotto i migliori auspici per i telespettatori-tifosi. Questi, già penalizzati dai limiti di entrata negli stadi imposti dalla Pandemia si sono trovati, nel weekend, ad affrontare anche un altro scoglio. La vendita dei diritti televisivi della Serie A assegnati dalla Lega, per il triennio 2021/2024, alla piattaforma di streaming online DAZN aveva, già nei mesi scorsi, generato molte perplessità tra gli addetti ai lavori. Infatti, DAZN da quest’anno può trasmettere tutte le partite di ogni giornata di campionato, di cui 7 in esclusiva assoluta per una cifra vicina agli 840 Milioni di Euro l’anno. Purtroppo, già dopo la prima giornata i dubbi di molti si sono materializzati e sono diventati realtà. Ore 18.30 di Sabato 21 agosto a San Siro va di scena Inter-Genoa e la piattaforma DAZN inizia ad accusare grandi problemi di buffering e di connessione.

In poche parole i tifosi davanti alla tv ricevono il segnale a singhiozzo o addirittura non lo ricevono affatto. Risultato: tifosi imbestialiti e partite che da 90 minuti finiscono per durare 130 tra gli insulti e gli improperi. La colpa è tutta di DAZN? Assolutamente no. La colpa, in questo caso, risiede tutta nell’avidità e nell’incompetenza dei Presidenti di Serie A, che pur di ricavare qualche milione in più hanno venduto i diritti del calcio senza tener conto dell’adeguatezza delle reti e dei servizi che DAZN può offrire. Purtroppo in Italia va così: si fanno i ponti senza cemento armato per risparmiare e si vendono i diritti a chi offre di più, ma non può garantire il Know-how per trasmettere senza intoppi.

Oggi, la Lega di serie A si lamenta e chiede rassicurazioni alla piattaforma online, ma prima cosa ha fatto? Tanti manager strapagati per non capire, che se in Italia un Network non possiede canali su piattaforme digitali o satellitari, non può vincere gare per l’esclusiva dei diritti del campionato. Infatti, il problema è anche di fondo, risiede nell’atavica carenza strutturale delle dorsali digitali del nostro Paese. A frittata fatta, tutti inviperiti: tifosi, società, parlamentari e finanche DAZN. La commedia dell’assurdo è servita. Il calcio in Italia è religione laica. La Pandemia ha sì acuito la crisi economica di molte squadre e con essa è esponenzialmente salita la bramosia dei Presidenti, ma continuando di questo passo o il tifoso tornerà alla storica radiolina o si stuferà del tutto sgonfiando la bolla Pallone voluta dai club italiani. I Presidenti dovrebbero prendersi le proprie responsabilità tornando a dare una vision al Calcio nostrano. Una vision, che certo cozza con la vendita al miglior offerente purchè paghi di un prodotto seguito ed importante come il Calcio.

IL CALCIO ITALIANO K.O.

MISTERO TRA I MARI

A cura di Luigi Olita.

 

L'esplosione avvenuta la settimana scorsa nel Golfo dell'Oman che ha coinvolto la petroliera Mercer street, appartenente ad un armatore israeliano, ha fatto crescere la tensione all'interno dello scacchiere mediorientale. La Mercer Street non solo è stata danneggiata dalla conflagrazione causata probabilmente, secondo gli analisti militari americani e israeliani, da un drone o un missile, ma ha perso due membri del suo equipaggio. Un cittadino rumeno ed un cittadino britannico, quest'ultimo capitano della petroliera, dunque facendo drizzare le antenne anche a Londra. Il governo israeliano, con un Naftali Bennet sul piede di guerra, ha puntato il dito contro l'Iran, ritenendolo responsabile dell'attacco e dunque accusandolo di terrorismo. Il ministro degli esteri di Tel Aviv, Yair Lapid, si è attivato dal punto di vista diplomatico per portare il caso alle Nazioni Unite, in modo tale da mettere all'angolo Teheran grazie al supporto di Usa, Gran Bretagna e Romania. 

Gli USA pur ritenendo Teheran il possibile responsabile dell'attacco, stanno mantenendo un profilo basso per cercare di testare il terreno e recuperare l'accordo sul nucleare stracciato dall'amministrazione Trump, mentre la Gran Bretagna si è posizionata subito in prima fila per dare sostegno a Tel Aviv. L'Iran, dopo le prime ore di silenzio, si è espresso tramite il ministero degli affari esteri, bollando le accuse di Israele come false. Il silenzio iniziale iraniano, nonostante sia stato caratterizzato dalle seguenti smentite, ha preso le caratteristiche delle tattiche utilizzate in passato da Israele, proprio quando a subire gli attacchi era Teheran. Infatti, la tattica del Mossad era quella ne di confermare ne di smentire gli attacchi, celando in questo caso un velo di mistero sull'accaduto e mettendo in risalto la pericolosità del servizio segreto estero di Israele. Ovviamente ad essere accusati come primi colpevoli dell'attacco sono proprio le guardie della rivoluzione islamica, che spesso e volentieri agiscono come cani sciolti rispetto al governo, anche se proprio in questi giorni le cose nella terra degli Ayatollah potrebbero prendere una piega diversa. 

Infatti il presidente eletto Ebrahim Raisi ha giurato come successore di Hassan Rouhani dando avvio ad un nuovo periodo per la Repubblica Islamica. I Pasdaran sono il corpo d'elite molto vicino al nuovo presidente che si è espresso, contrariamente al predecessore moderato, in modo fermo e senza compromessi rispetto agli USA ed Israele. È notizia delle ultime ore che nel Golfo Arabico altre navi sono state dirottate suscitando tensioni anche all'interno dello scacchiere commerciale. In questo contesto molto caldo le potenze coinvolte nell'accaduto, d'accordo con l'attività diplomatica di Lapid, stanno considerando di reagire in modo proporzionale al possibile attacco iraniano, senza, però, menzionare una risposta militare. Minacce che non sembrano spaventare Raisi, il quale forte del sostegno della guida suprema e dei Pasdaran, nuovi "immortali" al servizio della Repubblica, ha già puntato i piedi per terra annunciando ritorsioni verso Israele. Dall'altra parte Bennet ha messo le cose in chiaro, anche per dimostrare il suo passato nelle forze speciali dell'IDF e per sapere tenere testa all'eredità lasciatagli dal predecessore Nethanyau. Le cose in questo caso si metterebbero male anche per la Casa Bianca che starebbe cercando di recuperare l'accordo sul nucleare, nonostante le riluttanze di alcuni falchi dell'amministrazione sia al dipartimento di Stato, sia all'interno del comparto intelligence. In questo caso, le mosse dei vari attori occidentali dovranno essere più che ponderate, vista la fermezza dimostrata da Teheran e soprattutto dai suoi numerosi proxy nella zona, ad iniziare da Hezbollah. Il confronto tra i due falchi, Bennett e Raisi, è soltanto all'inizio.

MISTERO TRA I MARI

BANDIERE TEDESCHE NEL PACIFICO

A cura di Luigi Olita

L'invio da parte di Berlino di una nave da guerra nelle acque territoriali cinesi è una delle ultime azioni prima della fine dell'era di Angela Merkel. La presenza di una fregata tedesca, dopo che sia Bruxelles che Berlino avevano intavolato dei dialoghi distensivi con Pechino, non fa altro che minare le fondamenta degli interessi tedeschi. Infatti, dopo che Washington aveva annunciato di rinunciare alla maggior parte delle sanzioni contro il North stream 2, opera diplomatica di Merkel e Putin ed inizialmente osteggiata in modo determinante dall'amministrazione Trump, Berlino ha preferito attenersi alle direttive di Joe Biden ed ha mandato rinforzi nel Mar Cinese Meridionale.

La nave in questione è la fregata Bayern, partita da Wilhelmshaven e diretta verso il Mar Cinese Meridionale da sempre tenuto d'occhio da Washington. Una strategia da parte americana che punta ad allontanare uno dei maggiori partner nello scacchiere Europeo dal Dragone cinese. Infatti, Germania e Cina, hanno da qualche tempo rafforzato i loro rapporti commerciali, coinvolgendo anche la stessa Bruxelles, e dunque irritando Washington. Rapporti commerciali ed economici che hanno consentito di incrementare gli accordi sin dal dicembre del 2020, siglando un accordo globale sugli investimenti. Ovviamente le pretese di Washington dopo l'avvicinamento delle due diplomazie si sono fatte sempre più insistenti, proprio per una prima sconfitta sul North stream 2, uscito illeso senza sanzioni da parte americana e dunque concedendo una vittoria commerciale anche a Mosca.

Con il Dragone il discorso è diverso, poiché la diplomazia sanitaria inaugurata con l'inizio della pandemia, e una presenza sempre più determinante in Europa, hanno fatto drizzare le orecchie alla Casa Bianca. La via della Seta si appresta a continuare e a rafforzarsi dopo il frettoloso ritiro dall'Afghanistan, inglobando dunque anche la Tomba degli Imperi all'interno delle spire del Dragone. L'Europa, di cui Berlino è il motore politico ed economico trainante, non potrebbe permettersi di cadere oltre la muraglia, nonostante le concessioni americane sulla questione russa. Proprio per questo la diplomazia di Berlino dovrà fare i conti con la marina cinese, quando appunto la fregata arriverà al largo delle Isole Spratly, avamposto militare cinese. Una mossa cara a Washington, poiché farà scaturire provocazioni che serviranno per fare infiammare gli animi delle due diplomazie, cinese e tedesca, ma allo stesso tempo causando a Berlino una forte perdita dal punto di vista della sua influenza geoeconomica. Ciò minerebbe la potenza economica di Berlino, ormai non più una potenza militare dal post Seconda Guerra mondiale, ed introdurrebbe comunque quest'ultimo fattore all'interno di questo contesto. 

La diplomazia dell'era Merkel, in ogni caso, ha dimostrato da sempre che nonostante l'Alleanza Atlantica, ci si possa muovere attraverso vari canali per portare avanti la Realpolitik tanto cara al cancelliere di ferro Bismarck. Un cambio di passo in questo frangente farebbe maturare l'idea che il successore della Cancelliera Merkel non solo sarà un forte oppositore della Cina, ma potrebbe influenzare la diplomazia europea verso una linea ancora più atlantista e anti pechinese. In questo contesto sarebbe opportuno guardare anche alle future elezioni in Francia, dove un Macron leggermente indebolito, in caso di rielezione, continuerebbe comunque su una linea distensiva, ma non troppo, dunque da cane sciolto della diplomazia, verso Pechino. Uno dei lasciti della Cancelliera, per il momento, sarà quello di conservare il North stream 2, protetto dalle polemiche e dalle sanzioni di Washington.

 
BANDIERE TEDESCHE NEL PACIFICO

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