ALTA TENSIONE NELLO STRETTO DI TAIWAN

A cura di Luigi Olita 

La visita a Taiwan della speaker della Camera dei rappresentanti degli USA, Nancy Pelosi, avvenuta negli ultimi giorni, ha segnato uno dei momenti di tensione più alti nei rapporti tra Cina e USA. La speaker era partita il 30 luglio da una base aerea in California per intraprendere un viaggio nell'Indo Pacifico visitando alcuni paesi asiatici alleati di Washington nella zona. Una delle tappe sarebbe stata proprio l'isola di Taiwan, considerata da Pechino come una provincia ribelle che prima o poi sarebbe stata ricondotta sotto l'autorità della Repubblica popolare Cinese. La visita di Pelosi, infatti, ha indignato fortemente Pechino, considerandola una violazione della sovranità cinese ed una ingerenza nei suoi affari interni. Lo stesso dipartimento della difesa statunitense aveva consigliato alla speaker della Camera di non atterrare a Taipei, per possibili ripercussioni da parte di Pechino, minacciate fino a qualche ora prima dell'arrivo della politica americana. Infatti le autorità politiche e militari cinesi hanno ripetuto fino all'ultimo che la visita della Pelosi non avrebbe di certo portato l'esercito di liberazione popolare a stare fermo, infatti sono iniziate sin da subito delle mobilitazioni militari e proprio in queste ore si sta verificando un lancio di missili cinesi nello stretto di Taiwan con tanto di elicotteri per perlustrare la zona.

La sfida lanciata da Nancy Pelosi alla Cina va in direzione di difendere la sovranità della piccola isola e della democrazia, come affermato dalla stessa nei colloqui con la presidente taiwanese ed il ministro degli esteri. Nonostante la politica della One China Policy portata avanti da Washington, si aggiunge un decreto del 1979, cioè il Taiwan Relations Act, secondo cui Washington si sarebbe impegnata ad intervenire a sostegno di Taiwan in caso di pericolo per la sua sicurezza. Nonostante il braccio di ferro di Pelosi contro Pechino, e la forte determinazione statunitense nel difendere Taipei, alla fine la speaker è ripartita per continuare la sua visita ai partner di Washington nell'Indo Pacifico. Le reazioni cinesi dopo la partenza di Pelosi non si sono fatte attendere, poiché dopo la convocazione dell'ambasciatore americano a Pechino al ministero degli affari esteri, sono state avviate esercitazioni militari, la sospensione del progetto di impianto di batterie CATL da 5 miliardi di dollari. Inoltre, È stato avviato un embargo sulla fornitura di sabbia naturale a Taiwan, la quale si occupa produzione di cemento e vetro. A ciò si aggiunge la sospensione delle importazioni da Taiwan verso la Cina di pesce e agrumi e il divieto alle aziende cinesi di collaborare con la Taiwan Democracy Foundation e la Taiwan International Foundation for International Cooperation and Development. Dunque la situazione è estremamente calda e ciò potrebbe fare presagire che le esercitazioni militari cinesi che si terranno fino all'otto agosto potrebbero nascondere un'operazione militare speciale 2.0 in salsa cinese per porre fine definitivamente alla ribellione di Taiwan. Un problema che il pentagono e la Casa Bianca tengono ben presente, non a caso il Carrier strike Group della USS Ronald Reagan è sempre all'erta vicino Taiwan.

ALTA TENSIONE NELLO STRETTO DI TAIWAN

SULLA PELLE DEI CURDI

A cura di Luigi Olita 

Ancora una volta l'influenza del presidente turco Erdogan ha avuto la meglio sui suoi alleati della NATO. Infatti, a Madrid è stato firmato un memorandum d'intesa tra i capi delle diplomazie di Svezia, Finlandia e Turchia riuscendo a raggiungere l'accordo per l'entrata nella NATO delle prime due. Dunque il veto di Ankara è caduto, mediante in quale Erdogan aveva bloccato il processo di entrata di Helsinki e Stoccolma nell'alleanza militare ed essendo l'ennesima presa di posizione controversa che ha ovviamente indispettito la Casa Bianca. Il memorandum firmato dai tre stati lì impegna a sostenersi reciprocamente contro le minacce alla sicurezza sancendo quindi alla presenza del segretario della NATO Stoltenberg, un avvicinamento tra il presidente finlandese Niisto, la premier svedese Andersson ed Erdogan. Il veto imposto da Ankara riguardava proprio l'appoggio presunto dato da Svezia e Finlandia al PKK, cioè il partito dei lavoratori del Kurdistan, classificato come organizzazione terroristica da Turchia ed USA, e di consegnare quindi i militanti curdi presenti sui loro territori. Alla fine, Svezia e Finlandia hanno ceduto, impegnandosi ad interrompere qualsiasi appoggio a figure vicine al PKK, e Stoccolma è già pronta all'espulsione di figure affiliate o vicine al PKK. 

Secondo il memorandum, Svezia e Finlandia si impegneranno a non offrire supporto alle YPG curde ed al partito dell'Unione democratica. Oltre a ciò Helsinki e Stoccolma stanno già lavorando per estendere il reato di terrorismo all'interno della loro legislazione penale. Una vittoria, come detto all'inizio, per Erdogan, il quale non solo sta continuando la sua guerra contro il PKK nel Kurdistan turco, ma sta martellando anche la fazione siriana delle YPG nel Rojava, dunque contravvenendo al rispetto della sovranità anche del territorio siriano e violando territori dove sono insediati anche i russi, alleati di Damasco nella guerra all'isis, e dagli statunitensi. L'accordo stretto, che vede ancora una volta Erdogan farsi beffe dei suoi alleati atlantici ed europei, è firmato con il sangue dei Curdi, i quali in questi anni hanno combattuto il terrorismo islamico dell'Isis difendendo anche noi europei. Erdogan avrà mano libera nelle zone turca e siriana del Kurdistan, bollando come terrorista qualsiasi curdo arrogandosi il diritto di combatterlo. Dopo l'operazione Scudo dell'Eufrate e ramoscello d'ulivo, l'ennesima pioggia di fuoco sugli eroi ed eroine curdi si prepara ad arrivare.

SULLA PELLE DEI CURDI

ERDOGAN GESTISCE LA MEDIAZIONE TRA MOSCA E KIEV

A cura di Luigi Olita 

Il presidente turco Erdogan torna a fare parlare di sé. Dopo il braccio di ferro con la NATO per l'entrata al suo interno di Svezia e Finlandia, che dura tutt'oggi con le continue richieste di Ankara alle due nazioni di cederle i militanti curdi accusati di terrorismo, al momento è la diplomazia turca a segnare una nuova vittoria per quanto riguarda la guerra in Ucraina. Infatti, ad Istanbul sono stati firmati due documenti sulla fornitura marittima di grano ucraino dal ministro della difesa Turco Hulusi Akar, il ministro della difesa russo Sergej Shoigu ed il ministro delle infrastrutture ucraino Aleksandr Kubrakov. Tutto ciò alla presenza del segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Gutierrez. I documenti contengono anche e soprattutto la revoca delle restrizioni alla fornitura di prodotti agricoli e fertilizzanti prodotti in Russia. Dunque, come accennato prima, una vittoria per Ankara, l'ennesima, con un'Europa alle prese con la guerra del gas e Washington che continua la sua guerra per procura in Ucraina con gli ultimi invii di armi.

Erdogan si conferma, nonostante attore fondamentale all'interno della NATO, il campione indiscusso a livello diplomatico sia sul fronte ucraino, sia su quello Mediorientale, con un via libera indiretto per la sua operazione militare contro i curdi, dopo l'incontro con il presidente iraniano Raisi e Vladimir Putin. Protagonista di questi accordi, i quali prevedono l'esportazione di grano ucraino attraverso il Mar Nero attraverso tre porti: Odessa, Chornomorsk e Yuzhny e soprattutto l'attività di sminamento nelle acque territoriali ucraine che potrebbe avvenire in futuro per facilitare il trasporto del grano. L'obiettivo è quello di assicurare il passaggio delle navi che trasportano grano attraverso dei canali sicuri, i quali saranno garantiti anche dalla supervisione dell'ONU grazie all'attività diplomatica di Ankara che è impegnata già nella creazione di un centro di coordinamento posti ad Istanbul a cui parteciperanno ONU, Russia ed Ucraina. Alle navi da guerra, aerei e droni sarà vietato avvicinarsi alle navi a una distanza specificata e le navi dirette ai porti saranno sottoposte a controlli per contrastare un'eventuale presenza di armi sotto il controllo del Centro congiunto di coordinamento. Inoltre, nei porti saranno presenti rappresentanti di ONU, Turchia e Ucraina per monitorare il carico di grano. La validità degli accordi avrà la durata di 120 giorni con una possibile futura proroga.

ERDOGAN GESTISCE LA MEDIAZIONE TRA MOSCA E KIEV

KISSINGER, TRA FALCHI E COLOMBE

A cura di Luigi Olita 

All'interno della discussione sulla guerra in Ucraina, sicuramente una delle voci più autorevoli è quella di Henry Kissinger. Parliamo di una delle figure, o forse la più importante, del panorama diplomatico occidentale che ha segnato la storia della Guerra Fredda, modellando i rapporti diplomatici degli USA con la controparte orientale, cinese e sovietica. Kissinger è stato consigliere per la sicurezza nazionale sotto il presidente Richard Nixon, ed in seguito Segretario di Stato dal 1973 al 1977 sempre sotto la presidenza Nixon e con il suo successore Gerald Ford. A lui si devono gli accordi di Parigi del 27 gennaio 1973 che sancirono la fine dell'intervento americano in Vietnam e soprattutto la diplomazia del ping pong che avvicinò diplomaticamente la Cina con gli USA. Dunque una delle personalità più abili e grandiose della diplomazia americana ed occidentale, molto ascoltato anche in Russia e Cina. 

Henry Kissinger si è espresso ultimamente sulla guerra in Ucraina affermando che la situazione dovrebbe ritornare allo status quo prima dell'invasione russa, e dunque correggendo anche il tiro di molti che avevano interpretato non correttamente le sue parole riguardo la cessione di territori ucraini alla Russia. Kissinger afferma infatti che ritornando ad una situazione precedente all'invasione sarebbe possibile intavolare trattative riguardo i territori occupati dalla Russia, ma allo stesso tempo è giusto combattere e respingere l'invasione di Mosca senza però combattere la nazione russa in sé. Il diplomatico di origine tedesca inoltre, sostiene che con la Russia bisogna dialogare, proprio perché non è possibile combatterla, e dunque è fondamentale che venga integrata nel sistema politico europeo proprio per la storia che la caratterizza da sempre all'interno del panorama europeo

L'errore della NATO, secondo Kissinger, sarebbe stato quello di offrire all'Ucraina di entrare al suo interno, quindi dando modo alla Russia di preoccuparsi ulteriormente riguardo l'espansione dell'Alleanza Atlantica. Dunque, la lezione diplomatica di Kissinger mette in risalto una realpolitik che è stata recepita ultimamente solo dal presidente francese Emmanuel Macron, il quale ha da sempre cercato di mantenere un canale attivo con il Cremlino ed ha sostenuto che la Russia non deve essere umiliata. Ciò ha sollevato le critiche del ministro degli esteri ucraino, Kuleba, il quale si aggiunge ad una lista di falchi europei che puntano alla vittoria dell'Ucraina ed alla sconfitta della Russia. Le parole di Kissinger rimangono per il momento inascoltate da entrambe le parti, poiché se da un lato Gran Bretagna e Stati Uniti mirano alla distruzione della Russia in Ucraina, seguiti dagli Stati baltici e dalla Polonia, in prima fila contro Mosca, anche dal Cremlino i toni sono estremamente duri. Non manca di farsi sentire spesso e volentieri il vice presidente del consiglio di sicurezza della Federazione Russa ed ex presidente Dimitri Medvedev, il quale utilizza parole al vetriolo e minacce contro l'Occidente e la NATO. Uno dei più falchi al Cremlino insieme al segretario del Consiglio di sicurezza, Nicolai Patrushev, ex uomo del KGB ed ex direttore del fsb, volato subito a Kaliningrad dopo il blocco imposto dalla Lituania.

KISSINGER, TRA FALCHI E COLOMBE

LO ZAR, IL SULTANO E L'AYATOLLAH

A cura di Luigi Olita 

Sanzioni, rifornimento di armi a Kiev, stampa occidentale alla carica contro il Cremlino e diagnosi di malattie sembrano non essere riusciti a fermare Vladimir Putin nella sua guerra nel cuore dell'Europa orientale. Una guerra iniziata nel 2014 e che ha visto il culmine il 24 febbraio 2022 con l'invasione russa dell'Ucraina. l'Occidente si è subito mobilitato nel rifornire di armi Kiev e dare supporto di intelligence, con l'obiettivo di isolare la Russia a livello internazionale. Impresa non riuscita soprattutto dopo le ultime mosse diplomatiche del Cremlino che vedranno Vladimir Putin in visita a Teheran per un incontro con il presidente iraniano Raisi ed il presidente turco Erdogan. Quest'ultimo, membro della NATO, continua a muoversi come un vero e proprio cane sciolto nello scacchiere internazionale non solo per la quasi vicinanza alla Russia, ma anche per azioni diplomatiche che sta portando a segno tra Kiev e Mosca con l'obiettivo di risolvere la controversia sul grano bloccato nei porti ucraini ormai, per la maggior parte, sotto controllo di Mosca e porsi come uno dei protagonisti della diplomazia mondiale. Ultima sua mossa, insieme all'Arabia Saudita, quella di chiedere l'entrata all'interno dell'organizzazione BRICS.

Tutto ciò a dispetto di Washington, che non solo vede l'Arabia Saudita voltargli le spalle nonostante il viaggio di Joe Biden in Medioriente in questi giorni, ma anche Ankara come scheggia impazzita che non può permettersi di perdere come alleato della NATO per la sua posizione geostrategica. Il viaggio a Teheran di Putin lo vedrà dunque impegnato con il presidente Raisi, il quale sta cercando di porsi come alleato stretto di Mosca in contrapposizione a Washington e per la strada molto in salita riguardo gli accordi sul nucleare iraniano. Il tema principale sul tavolo sarà sicuramente la guerra in Ucraina e la situazione dell'esportazione del grano ucraino. Altro tema fondamentale, soprattutto per la presenza di Erdogan, sarà il dossier Siria, nazione appoggiata sia dall'Iran che dalla Russia nella guerra contro l'Isis ma allo stesso tempo bersaglio di Erdogan per la questione curda. Dunque lo zar pare tutto tranne che isolato a livello internazionale, con le ultime mosse di Siria e Corea del Nord che hanno riconosciuto le due repubbliche separatiste del Donbass e l'Iran che, secondo gli USA, starebbe rifornendo la Russia con i suoi droni Sammad-3, utilizzati anche nello Yemen dai ribelli Houthy. La diplomazia iraniana ha affermato che azioni di questo tipo andrebbero ad aggravare il conflitto, cosa che Teheran non ha intenzione di fare, anche se le voci sul possibile utilizzo di questi UAV da parte dell'esercito russo sembrano essere state confermate.

LO ZAR, IL SULTANO E L'AYATOLLAH

IL BLOCCO DI KALININGRAD E L'IRA DI MOSCA

A cura di Luigi Olita 

Le ultime ore hanno fatto emergere una nuova tensione collegata al conflitto russo ucraino, poiché la Lituania ha bloccato il passaggio dalla Russia verso l'exclave russa di Kaliningrad di carbone metalli, materiali tecnologici e di altri beni sanzionati dall'UE. Kaliningrad è situata tra Polonia, Lituania e Mar Baltico, e dalla sua conquista, passando per la guerra fredda fino ai giorni nostri, Kaliningrad è il luogo strategico che rappresentò l'URSS prima e la Federazione Russa poi in territorio avversario, essendo soprattutto la sede della flotta russa nel Mar Baltico, oltre che base militare russa estremamente avanzata. La piccola enclave fu conquistata dall'URSS nel 1945, sottratta alla Germania nazista e ripulita della popolazione autoctona ed in seguito occupato soprattutto da russi, bielorussi e ucraini. La mossa di Vilnius, in accordo e su suggerimento della commissione dell'UE, come affermato dal Kommersant russo, non è stata di certo apprezzata dalla Federazione Russa, la quale ha affermato per bocca della diplomazia russa che ulteriori azioni contro il territorio russo saranno seguire da conseguenze per la difesa territoriale.

Molti esponenti del mondo politico russo hanno parlato di vera e propria aggressione della NATO verso la Russia, infatti non si è fatto attendere Andrey Klymov, capo della commissione parlamentare della Duma della Federazione Russa per la protezione della sovranità, già presidente della commissione affari esteri, il quale ha affermato che l'atto in questione rappresenta un'aggressione diretta contro la Russia e ciò costringe il paese all'auto difesa. Dunque una mossa dura in piena regola architettata dall'UE per indebolire la Russia utilizzando sempre il tema delle sanzioni ma allo stesso tempo rischiando di fare aggravare ancora di più la situazione già di per sé critica. C'è da sottolineare che la Lituania è un membro della NATO, quindi un possibile attacco militare da parte di Mosca contro di essa farebbe scattare l'articolo 5 dell'Alleanza Atlantica portando ad intervenire in suo soccorso, con mezzi militari e non, tutti gli altri Paesi membri. Sicuramente un attacco da parte di Mosca, seppur ipotizzabile, farebbe scoppiare in piena regola un conflitto su larga scala. Dunque se da un lato si cerca di trovare uno spiraglio di luce per fare sedere ai tavoli delle trattative le parti in conflitto, dall'altra le azioni che vengono prese giornalmente non fanno altro che gettare benzina sul fuoco ed esacerbare la situazione. 

Ovviamente un ritorno alla situazione prima dell'invasione come auspicato dall'ex segretario di stato americano Henry Kissinger per molti non può essere raggiunta se non con l'invio di armi, dunque resistendo all'esercito russo e costringendo Mosca ad una trattativa, mentre per altri sarebbe utili raggiungerla con un cessate il fuoco, in modo diplomatico, senza la via del combattimento affinché si possa negoziare sul Donbass e sulla Crimea. In ogni caso, la via del combattimento sembra essere quella scelta da entrambe le parti, con gli USA volenterosi a continuare il logoramento dell'apparato militare russo sul suolo ucraino, de facto in guerra contro Mosca come anche suggerito dal New York Times, e dall'altra Mosca che difende il popolo filo russo e separatista del Donbass non rinunciando a spingersi nella zona costiera per sue mire egemoniche e geostrategiche con il doppio obiettivo di strozzare l'Ucraina nella zona marittima ma allo stesso tempo conquistare spazi strategicamente rilevanti.

IL BLOCCO DI KALININGRAD E L'IRA DI MOSCA

SRI LANKA, PREDA DELLE GRANDI POTENZE

A cura di Luigi Olita 

Le proteste in Sri Lanka che sono scoppiate in questi giorni, all'orizzonte da marzo per la rabbia crescente della popolazione, sono una nuova bomba nello scacchiere geopolitico del Sud Est Asiatico. Il presidente singalese Gotabaya Rajapaska è fuggito dopo l'assalto al palazzo presidenziale, che ha visto la folla inferocita prendere il controllo della sede di potere a causa della gestione fallimentare della crisi economica, l'emergenza Covid ed alimentare. Un paese martoriato da numerosi problemi, tenuto d'occhio dalle grandi potenze come la Cina, la Russia e gli USA. Da non dimenticare l'india, poiché la lacrima dell'India, anche così chiamato, è strettamente legata a Nuova Delhi dal punto di vista costiero. Ciò che rende strategico lo Sri Lanka è il porto di Hambantota, fondamentale per Pechino e per la Via della Seta, dunque una spina nel fianco di Nuova Delhi, ma anche di Washington che proprio con Biden ha nella sua agenda di politica estera il rafforzamento nello scacchiere dell'Indo Pacifico. Dunque se da un lato le proteste legittime della popolazione hanno costretto alle dimissioni ed alla fuga Rajapaska, padrone incontrastato anche dal punto di vista dinastico del paese, da un lato ciò potrebbe essere stato utilizzato proprio dagli avversari di Pechino. 

Infatti si pensi in primi agli USA ed alla loro strategia di rafforzamento e di contenimento di Pechino, ma anche alla stessa Russia. Il rapporto tra la Cina e Mosca infatti, nonostante la partnership instaurata con Pechino, dunque non alleanza come sottolineato anche ultimamente dal ministro della difesa cinese, ha presentato alcuni dubbi proprio ultimamente con attività di spionaggio industriale e militare condotte da Pechino verso il suo partner militare. Un'attività che ha sicuramente sollevato dubbi sulle intenzioni reali di Pechino verso la Russia, ed allo stesso tempo pongono la Cina in una situazione ancora più ambigua nel suo rapporto con il Cremlino dopo le sue prese di posizione di preservare i suoi interessi commerciali con l'Ucraina e dunque non prendendo parte al conflitto con l'aiuto verso Mosca. Una serie di azioni che potrebbero aver fatto riflettere Mosca riguardo la partnership con il Dragone ed allo stesso tempo utilizzare lo Sri Lanka per iniziare ad assestare un colpo basso alla via della Seta cinese. A ciò si aggiunge anche l'avvicinamento dell'India a Mosca, con l'acquisto di gas e petrolio raddoppiati negli ultimi mesi, arrivando all'importazione di 1,1 milioni di barili di greggio russo al giorno e quindi in funzione anti cinese. Dunque se da un lato Washington potrebbe aver avuto un ruolo nei disordini di Colombo, non è per nulla da escludere che la stessa Russia possa aver cavalcato l'onda di proteste per iniziare a chiarire alcuni dubbi nel suo rapporto con Pechino, che al momento, passa inevitabilmente per Kiev.

SRI LANKA, PREDA DELLE GRANDI POTENZE

ENI-GAZPROM: LA GUERRA ENERGETICA ARRIVA ANCHE IN ITALIA

A cura di Luigi Olita 

Non solo Polonia, Finlandia e Bulgaria. Anche l'Italia sta iniziando a subire la guerra energetica avviata dal Cremlino a tutti coloro che si sono uniti alle sanzioni contro la Russia supportando la causa ucraina. Infatti, Mosca, dopo aver minacciato di tagliare le forniture di gas all'Italia, ha messo in atto proprio nelle ultime ore il taglio di forniture. Proprio Gazprom, colosso energetico della Federazione Russa, a fronte di una richiesta giornaliera di gas da parte di Eni, ha subito comunicato che fornirà all'Italia soltanto il 50% della richiesta. La decisione presa dalla Gazprom arriva all'indomani della visita del Presidente del Consiglio Mario Draghi a Kiev, insieme al cancelliere di Germania Olaf Scholz ed al Presidente francese Macron. Una visita che ha sicuramente irritato, per l'ennesima volta il governo Russo, poiché mette ancora di più in risalto la posizione filo ucraina dell'Italia con cui Mosca ha, non si sa per quanto, dei solidi accordi energetici. Ovviamente la progressiva riduzione del flusso, nei mesi a venire, sarà sicuramente sentita ed accusata, poiché anche se non incide ancora sul fabbisogno dei Paesi soggetti al taglio delle forniture, sta fortemente penalizzando le bollette, facendo volare il prezzo del gas. 

A fare da scudo al taglio da parte di Gazprom ci hanno pensato l'Algeria ed il gasdotto Tap, riuscendo a coprire quasi del tutto la domanda nazionale di gas, e subito sono arrivate le rassicurazioni del ministro per la transizione ecologica Cingolani, il quale ha sostenuto che il taglio del gas ha comportato un danno limitato alla nazione, con la situazione costantemente monitorata da governo, pronto ad intervenire in caso di problemi. In questi giorni, il prezzo del gas in Europa, arrivato nelle ultime ore ad un picco di 149 euro per MWh, è salito del 7,3% a 133,50 euro per MWh. Anche Slovacchia, Francia e Germania stanno subendo la stessa sorte dell'Italia, con preoccupazioni a Berlino di una possibile chiusura del gasdotto Nord Stream 2, cavallo di battaglia dell'ex cancelliera Angela Merkel. Dunque il braccio di ferro del gas ha messo in luce tutta la sua natura geopolitica, essendo prevedibile, tenendo con il fiato sul collo i Paesi dipendenti dalla Russia, ma coinvolgendo nella partita energetica anche Washington, desiderosa di fare affari con l'Europa dopo le prese di posizioni di Mosca, la quale si sta spostando sempre di più ad Oriente.

ENI-GAZPROM: LA GUERRA ENERGETICA ARRIVA ANCHE IN ITALIA

FACCIA A FACCIA AL G20 DI BALI

A cura di Luigi Olita 

Il G20 di Bali, in Indonesia, è un'ottima occasione per fare incontrare i leader delle grandi potenze mondiali soprattutto in un periodo come l'attuale, caratterizzato dalla guerra in Ucraina. È notizia di queste ultime ore, però, che i primi incontri tra Mosca e Washington sono iniziati con il piede sbagliato, anzi, non sono avvenuti. Infatti, il segretario di Stato americano, Anthony Blinken, ha rifiutato di incontrare il suo omologo russo, Sergej Lavrov. Quest'ultimo ha affermato che non rincorrerà gli USA, facendo trapelare disinteresse per quanto riguarda il faccia a faccia. Interessante però, è il faccia a faccia tra Blinken ed il ministro degli esteri cinese e consigliere di stato, Wang Yi. Lo scopo degli USA, da un po' di tempo a questa parte, come suggerito e fatto in passato con la diplomazia del ping pong da Henry Kissinger, è quello di allontanare il più possibile Mosca e Pechino, che comunque al momento dopo alcune azioni di spionaggio del Dragone contro Mosca hanno sollevato dubbi sulle loro relazioni.

L'obiettivo di Blinken nel bilaterale con Wang Yi sarà quello di discutere della guerra in Ucraina e del ruolo di Pechino con Mosca riguardo il conflitto. Pechino infatti, non solo ha da subito condannato il conflitto, ma non è intervenuta militarmente e con supporto a fianco di Mosca proprio per preservare il suo rapporto commerciale e diplomatico con l'Ucraina, partner fondamentale all'interno della via della Seta. Importante per Washington sarà assicurarsi la non fornitura di armi a Mosca ed il non aggiramento delle sanzioni occidentali. La posizione di Pechino al momento è ambigua sotto alcuni aspetti, considerando le ultime dichiarazioni del ministro della difesa cinese, il quale ha affermato che la Russia è un partner importante, non un alleato ed anche le ultime azioni di spionaggio militare ed industriale condotte da Pechino stanno sollevando, come detto prima, dubbi sulle reali intenzioni amichevoli di Pechino verso Mosca. Per ora, comunque, la politica di Pechino, procede senza inimicizie, ma allo stesso tempo alternando l'acquisto del GNL da Washington, con due contratti di forniture stipulati nelle ultime settimane e con i rapporti con Mosca stabili, mantenendo alto il comune obiettivo di combattere l'influenza di Washington e puntando gli occhi dritti su Taiwan.

FACCIA A FACCIA AL G20 DI BALI

La voce del Direttore: OLTRE L’INUTILE INERZIA DI UNA GUERRA

di Giovanni Salvia

Una guerra che nessuno avrebbe voluto. Una invasione, quella russa, che non avremmo mai voluto vedere e che va senz’altro denunciata come un atto gravissimo. Ma altresì, ognuno dovrebbe leggere e capire gli eventi non per come ci vengono proposti ma andando oltre. Se davvero il mondo occidentale volesse che la guerra finisse senza far più vittime tra civili e soldati servirebbe la diplomazia, quella vera e non di facciata. In realtà l’Italia come molti altri Paesi della “povera” Europa continuano ad essere al soldo americano. Per un motivo bieco del destino e di una storia maldestramente costruita continuiamo a subire decisioni non nostre che non portano benessere ne a noi ne agli altri, che siano i poveri cittadini ucraini o quelli russi. E’ una guerra che gli Stati Uniti desiderano continui per impoverire e distruggere il loro nemico di sempre: la Russia. Così, attraverso la Nato e i Paesi che ne fanno parte, si continua ad armare l’Ucraina facendo continuare una guerra all’infinito e contemporaneamente si ispira l’Europa a produrre sei pacchetti di sanzioni. Si va oltre i morti. 

Queste sanzioni chi colpiscono davvero? Certo il popolo russo, sottolineiamo il popolo, e poi? I Paesi come l’Italia che non hanno riserve autosufficienti di petrolio, gas e grano. Ecco, il piatto è servito. Il Governo italiano subisce senza proferire parola e dimentica che la pace, quella vera, non si fa con le armi. Il risultato alla fine sarà che la guerra produrrà morti e feriti, quelli veri lì nei teatri di guerra, e distruggerà l’Europa da un punto di vista economico compresa soprattutto l’Italia (che per colpa dei finti ambientalisti non ha il nucleare). Chapeau per gli Usa che in un colpo solo faranno fuori dai mercati internazionali Russia ed Europa restringendo i competitor internazionali alla Cina. In verità i patti di Minsk sono stati violati per primi dagli ucraini, la stessa Ucraina nel Donbas ha usato metodi nazionalisti e nazisti contro i russofoni. La Crimea da oltre 300 anni è una regione russa dove i russi sono perseguitati da decenni. Ma questo nessuno o pochi lo scrivono in Italia. 

Noi siamo dipendenti degli Stati Uniti e ci vorrebbe un nuovo Craxi per ribellarci e riscoprire un poco di dignità. Un ultimo esempio di finta democrazia: il Donbass è a maggioranza russofona e allora perché non proporre un referendum? Perché non si fa come la Nato fece con la Serbia ed il Kossovo strappato a quest’ultima perché a maggioranza albanese? Il diritto internazionale è forse cambiato? O sono solo cambiati gli interlocutori? Ricordo che gli Stati Uniti sono gli stessi che hanno inventato la storia delle armi a distruzione di massa possedute da Saddam Hussein per invadere l’Iraq, sono amici della Francia che si è inventata la stessa storia per invadere la Libia e deporre Gheddafi per gli interessi petroliferi della Total e sempre gli Usa sono quelli che hanno fatto i patti con i Talebani, una fazione che calpesta i diritti civili. Gli Usa sono pure quelli che hanno buttato le bombe atomiche sulle città giapponesi uccidendo bambini e famiglie meno di 80 anni fa e che meno di 60 anni fa lanciavano le armi chimiche sulla popolazione vietnamita. Loro sarebbero i poliziotti buoni del mondo cui noi dovremmo guardare? Pessima fine.

WASHINGTON FRENA SULL'OTTIMISMO UCRAINO

A cura di Luigi Olita 

È notizia di questi giorni, riportata dal ministero della difesa russo, della conquista da parte dell'esercito di Mosca della regione del Luhansk. Secondo il report del ministro Shoigu, la regione è totalmente sotto il controllo russo e tutte le sacche di combattenti nemici sono state eliminate. Notizia riportata anche dai separatisti e dai ceceni, alleati di Mosca. Nonostante il raggiungimento di uno dei due obiettivi di Mosca, il prossimo infatti è il Donestk, la determinazione del governo ucraino e della resistenza militare continua ad essere comunque molto forte. Da notare proprio le continue incursioni condotte dall'esercito ucraino sull'isola dei serpenti, che balzò agli onori delle cronache proprio all'inizio dell'invasione come la tomba di alcuni soldati ucraini sotto il fuoco di Mosca, poi rivelatosi falso e conclusasi con l'arresto dei militari di Kiev e la presa dell'isola. Quest'ultima era caduta nelle mani di Mosca e controllata fino ad una settimana fa, per poi essere abbandonata dai militari russi. In questo caso la pressione delle armi di Kiev ha preso il sopravvento rendendo difficile per Mosca la difesa dell'avamposto.

Nonostante ciò, Mosca continua comunque ad avanzare nel Donbass, utilizzando delle tattiche sul campo di accerchiamento e sta continuando a consolidare il suo controllo su Lisichansk e l’Oblast di Lugansk. Anche secondo le informazioni riportate dai bollettini di guerra, a nord Mosca ha impegnato la maggior parte delle unità disponibili residue dei gruppi militari nella direzione di Iziym. Nell’ultima settimana le forze russe sono avanzate fino ad altri 5 km da Iziym, nonostante una resistenza ucraina estremamente determinata. Le forze russe starebbero avanzando anche verso Slovyansk, presupponendo sia la prossima sfida chiave, oltre a Kramatorsk, nella battaglia per il Donbass. Dunque una situazione non molto rosea per Kiev, che nonostante la resistenza iniziale che ha lasciato sul campo numerosi militari e Generali russi, anche e soprattutto grazie al supporto dell'intelligence americana e britannica, il Donbass è in fiamme e lo stesso Washington Post, autorevole quotidiano americano, ha posto numerosi interrogativi riguardo l'ottimismo fatto trapelare per le aspettative più che positive dell'amministrazione Biden su una possibile vittoria ucraina. 

Infatti se da un lato è stato molto esaltato il numero delle perdite di Mosca, soprattutto con l'affondamento di navi simboliche come il Moskva, e la caduta di numerosi generali ed il cambio di strategia di Mosca dopo il fallimento iniziale per la mancata conquista di Kiev, l'avanzata nel Donbass procede senza sosta anche se lentamente e non viene menzionato il numero dei caduti di Kiev. Dunque l'establishment statunitense sembrerebbe diviso tra chi vorrebbe iniziare a vedere delle condizioni per trattare con Mosca al fine di non fare continuare il massacro, mentre il filone dei falchi andrebbe più verso una direzione di incremento dell'impegno al sostegno a Kiev. In questo contesto gioca anche una parte importante la guerra dell'informazione, combattuta da entrambe le fazioni. Le previsioni della NATO puntano ad una guerra lunga, soprattutto dopo le ultime dichiarazioni americane dell'impossibilità al momento per l'Ucraina di sedersi al tavolo delle trattative. I russi continuano la loro avanzata, puntando su Kramatorsk. Una guerra di logoramento che sta vendendo, almeno per il Donbass, una Russia in piena salute e quasi totalmente vincitrice.

WASHINGTON FRENA SULL'OTTIMISMO UCRAINO

TENSIONE TRA MOSCA E VARSAVIA

A cura di Luigi Olita 

Se c'è un Paese in Europa che più di tutti sta mostrando forte sostegno all'Ucraina, anche accogliendo i profughi ucraini, è proprio la Polonia. Non solo un legame con Kiev che deriva dalla storia passata con la Confederazione Polacco-Lituana, ma anche aver vissuto sotto il comunismo sovietico di Mosca ha portato Varsavia a schierarsi in prima fila al fianco dell'Ucraina. L'ultima proposta della Polonia, proprio come suggerito dall'ex ministro degli esteri polacco Sikorsky, sarebbe stata quella di dare all'Ucraina armi nucleari per difendersi dalla Russia in extrema ratio. Ovviamente la proposta di Sikorsky non è piaciuta a Mosca, che non si è fatta attendere nella risposta, poiché il presidente della Duma, Vieceslav Volodin ha affermato che una mossa del genere comporterebbe la fine dell'esistenza dei Paesi europei. Dunque un vero e proprio avvertimento che non fa altro che agitare nuovamente lo spettro dell'arma nucleare e mettere in allerta la Polonia, già timorosa fino a due mesi fa di un attacco da parte di Mosca.

Varsavia, come bastione della NATO nell'est Europa, aveva già poco dopo l'inizio dell'invasione russa, spedito armi alla vicina Ucraina e proposto in sede NATO di inviare armi pesanti. Come riportato anche dal Giornale, infatti, la Polonia sostiene che la Russia avrebbe violato le regole del "Memorandum di Budapest", firmato il 5 dicembre 1994, che prevedeva la rinuncia da parte dell'Ucraina alle armi nucleari in suo possesso e che aveva ereditato in seguito alla dissoluzione dell'URSS con il trattato di non proliferazione delle armi nucleari in cambio di rassicurazioni da Russia, Stati Uniti e Regno Unito "per la sua sicurezza, indipendenza ed integrità territoriale". Con l'invasione del 24 febbraio il memorandum è stato quindi violato da Mosca, portando quindi ad un ritorno al passato con la restituzione delle armi nucleari a Kiev. In questo caso le ombre del passato tornano alla ribalta, per un astio mai abbandonato nei confronti di Mosca dopo la parentesi dolorosa della Guerra Fredda e soprattutto vedendo la vicina Polonia sottoposta allo stesso imperialismo subito in passato proprio dalla Polonia. Nonostante ciò i timori della Polonia di un attacco da parte di Mosca rimangono non confermati dagli apparati di sicurezza di Varsavia, poiché non si è mai parlato di un piano russo di invasione della Polonia, anche per il semplice motivo della sua appartenenza all'Alleanza Atlantica che comporterebbe in caso di attacco russo, un possibile intervento dei suoi alleati atlantici. Dunque nonostante il forte sostegno di Varsavia a Kiev, sancito ultimamente dalla visita del Presidente della Repubblica Andrej Duda alla Verkhovna Rada e dalle affermazioni del primo ministro polacco Morawiesky riguardo la resistenza del popolo polacco ad un futuro ed ipotetico attacco di Mosca, il comportamento di quest'ultima, almeno ultimamente, contro la Polonia non è mai stato offensivo, anche dettato dalla presenza della NATO in territorio polacco.

TENSIONE TRA MOSCA E VARSAVIA

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