FACCIA A FACCIA AL G20 DI BALI

A cura di Luigi Olita 

Il G20 di Bali, in Indonesia, è un'ottima occasione per fare incontrare i leader delle grandi potenze mondiali soprattutto in un periodo come l'attuale, caratterizzato dalla guerra in Ucraina. È notizia di queste ultime ore, però, che i primi incontri tra Mosca e Washington sono iniziati con il piede sbagliato, anzi, non sono avvenuti. Infatti, il segretario di Stato americano, Anthony Blinken, ha rifiutato di incontrare il suo omologo russo, Sergej Lavrov. Quest'ultimo ha affermato che non rincorrerà gli USA, facendo trapelare disinteresse per quanto riguarda il faccia a faccia. Interessante però, è il faccia a faccia tra Blinken ed il ministro degli esteri cinese e consigliere di stato, Wang Yi. Lo scopo degli USA, da un po' di tempo a questa parte, come suggerito e fatto in passato con la diplomazia del ping pong da Henry Kissinger, è quello di allontanare il più possibile Mosca e Pechino, che comunque al momento dopo alcune azioni di spionaggio del Dragone contro Mosca hanno sollevato dubbi sulle loro relazioni.

L'obiettivo di Blinken nel bilaterale con Wang Yi sarà quello di discutere della guerra in Ucraina e del ruolo di Pechino con Mosca riguardo il conflitto. Pechino infatti, non solo ha da subito condannato il conflitto, ma non è intervenuta militarmente e con supporto a fianco di Mosca proprio per preservare il suo rapporto commerciale e diplomatico con l'Ucraina, partner fondamentale all'interno della via della Seta. Importante per Washington sarà assicurarsi la non fornitura di armi a Mosca ed il non aggiramento delle sanzioni occidentali. La posizione di Pechino al momento è ambigua sotto alcuni aspetti, considerando le ultime dichiarazioni del ministro della difesa cinese, il quale ha affermato che la Russia è un partner importante, non un alleato ed anche le ultime azioni di spionaggio militare ed industriale condotte da Pechino stanno sollevando, come detto prima, dubbi sulle reali intenzioni amichevoli di Pechino verso Mosca. Per ora, comunque, la politica di Pechino, procede senza inimicizie, ma allo stesso tempo alternando l'acquisto del GNL da Washington, con due contratti di forniture stipulati nelle ultime settimane e con i rapporti con Mosca stabili, mantenendo alto il comune obiettivo di combattere l'influenza di Washington e puntando gli occhi dritti su Taiwan.

FACCIA A FACCIA AL G20 DI BALI

La voce del Direttore: OLTRE L’INUTILE INERZIA DI UNA GUERRA

di Giovanni Salvia

Una guerra che nessuno avrebbe voluto. Una invasione, quella russa, che non avremmo mai voluto vedere e che va senz’altro denunciata come un atto gravissimo. Ma altresì, ognuno dovrebbe leggere e capire gli eventi non per come ci vengono proposti ma andando oltre. Se davvero il mondo occidentale volesse che la guerra finisse senza far più vittime tra civili e soldati servirebbe la diplomazia, quella vera e non di facciata. In realtà l’Italia come molti altri Paesi della “povera” Europa continuano ad essere al soldo americano. Per un motivo bieco del destino e di una storia maldestramente costruita continuiamo a subire decisioni non nostre che non portano benessere ne a noi ne agli altri, che siano i poveri cittadini ucraini o quelli russi. E’ una guerra che gli Stati Uniti desiderano continui per impoverire e distruggere il loro nemico di sempre: la Russia. Così, attraverso la Nato e i Paesi che ne fanno parte, si continua ad armare l’Ucraina facendo continuare una guerra all’infinito e contemporaneamente si ispira l’Europa a produrre sei pacchetti di sanzioni. Si va oltre i morti. 

Queste sanzioni chi colpiscono davvero? Certo il popolo russo, sottolineiamo il popolo, e poi? I Paesi come l’Italia che non hanno riserve autosufficienti di petrolio, gas e grano. Ecco, il piatto è servito. Il Governo italiano subisce senza proferire parola e dimentica che la pace, quella vera, non si fa con le armi. Il risultato alla fine sarà che la guerra produrrà morti e feriti, quelli veri lì nei teatri di guerra, e distruggerà l’Europa da un punto di vista economico compresa soprattutto l’Italia (che per colpa dei finti ambientalisti non ha il nucleare). Chapeau per gli Usa che in un colpo solo faranno fuori dai mercati internazionali Russia ed Europa restringendo i competitor internazionali alla Cina. In verità i patti di Minsk sono stati violati per primi dagli ucraini, la stessa Ucraina nel Donbas ha usato metodi nazionalisti e nazisti contro i russofoni. La Crimea da oltre 300 anni è una regione russa dove i russi sono perseguitati da decenni. Ma questo nessuno o pochi lo scrivono in Italia. 

Noi siamo dipendenti degli Stati Uniti e ci vorrebbe un nuovo Craxi per ribellarci e riscoprire un poco di dignità. Un ultimo esempio di finta democrazia: il Donbass è a maggioranza russofona e allora perché non proporre un referendum? Perché non si fa come la Nato fece con la Serbia ed il Kossovo strappato a quest’ultima perché a maggioranza albanese? Il diritto internazionale è forse cambiato? O sono solo cambiati gli interlocutori? Ricordo che gli Stati Uniti sono gli stessi che hanno inventato la storia delle armi a distruzione di massa possedute da Saddam Hussein per invadere l’Iraq, sono amici della Francia che si è inventata la stessa storia per invadere la Libia e deporre Gheddafi per gli interessi petroliferi della Total e sempre gli Usa sono quelli che hanno fatto i patti con i Talebani, una fazione che calpesta i diritti civili. Gli Usa sono pure quelli che hanno buttato le bombe atomiche sulle città giapponesi uccidendo bambini e famiglie meno di 80 anni fa e che meno di 60 anni fa lanciavano le armi chimiche sulla popolazione vietnamita. Loro sarebbero i poliziotti buoni del mondo cui noi dovremmo guardare? Pessima fine.

WASHINGTON FRENA SULL'OTTIMISMO UCRAINO

A cura di Luigi Olita 

È notizia di questi giorni, riportata dal ministero della difesa russo, della conquista da parte dell'esercito di Mosca della regione del Luhansk. Secondo il report del ministro Shoigu, la regione è totalmente sotto il controllo russo e tutte le sacche di combattenti nemici sono state eliminate. Notizia riportata anche dai separatisti e dai ceceni, alleati di Mosca. Nonostante il raggiungimento di uno dei due obiettivi di Mosca, il prossimo infatti è il Donestk, la determinazione del governo ucraino e della resistenza militare continua ad essere comunque molto forte. Da notare proprio le continue incursioni condotte dall'esercito ucraino sull'isola dei serpenti, che balzò agli onori delle cronache proprio all'inizio dell'invasione come la tomba di alcuni soldati ucraini sotto il fuoco di Mosca, poi rivelatosi falso e conclusasi con l'arresto dei militari di Kiev e la presa dell'isola. Quest'ultima era caduta nelle mani di Mosca e controllata fino ad una settimana fa, per poi essere abbandonata dai militari russi. In questo caso la pressione delle armi di Kiev ha preso il sopravvento rendendo difficile per Mosca la difesa dell'avamposto.

Nonostante ciò, Mosca continua comunque ad avanzare nel Donbass, utilizzando delle tattiche sul campo di accerchiamento e sta continuando a consolidare il suo controllo su Lisichansk e l’Oblast di Lugansk. Anche secondo le informazioni riportate dai bollettini di guerra, a nord Mosca ha impegnato la maggior parte delle unità disponibili residue dei gruppi militari nella direzione di Iziym. Nell’ultima settimana le forze russe sono avanzate fino ad altri 5 km da Iziym, nonostante una resistenza ucraina estremamente determinata. Le forze russe starebbero avanzando anche verso Slovyansk, presupponendo sia la prossima sfida chiave, oltre a Kramatorsk, nella battaglia per il Donbass. Dunque una situazione non molto rosea per Kiev, che nonostante la resistenza iniziale che ha lasciato sul campo numerosi militari e Generali russi, anche e soprattutto grazie al supporto dell'intelligence americana e britannica, il Donbass è in fiamme e lo stesso Washington Post, autorevole quotidiano americano, ha posto numerosi interrogativi riguardo l'ottimismo fatto trapelare per le aspettative più che positive dell'amministrazione Biden su una possibile vittoria ucraina. 

Infatti se da un lato è stato molto esaltato il numero delle perdite di Mosca, soprattutto con l'affondamento di navi simboliche come il Moskva, e la caduta di numerosi generali ed il cambio di strategia di Mosca dopo il fallimento iniziale per la mancata conquista di Kiev, l'avanzata nel Donbass procede senza sosta anche se lentamente e non viene menzionato il numero dei caduti di Kiev. Dunque l'establishment statunitense sembrerebbe diviso tra chi vorrebbe iniziare a vedere delle condizioni per trattare con Mosca al fine di non fare continuare il massacro, mentre il filone dei falchi andrebbe più verso una direzione di incremento dell'impegno al sostegno a Kiev. In questo contesto gioca anche una parte importante la guerra dell'informazione, combattuta da entrambe le fazioni. Le previsioni della NATO puntano ad una guerra lunga, soprattutto dopo le ultime dichiarazioni americane dell'impossibilità al momento per l'Ucraina di sedersi al tavolo delle trattative. I russi continuano la loro avanzata, puntando su Kramatorsk. Una guerra di logoramento che sta vendendo, almeno per il Donbass, una Russia in piena salute e quasi totalmente vincitrice.

WASHINGTON FRENA SULL'OTTIMISMO UCRAINO

TENSIONE TRA MOSCA E VARSAVIA

A cura di Luigi Olita 

Se c'è un Paese in Europa che più di tutti sta mostrando forte sostegno all'Ucraina, anche accogliendo i profughi ucraini, è proprio la Polonia. Non solo un legame con Kiev che deriva dalla storia passata con la Confederazione Polacco-Lituana, ma anche aver vissuto sotto il comunismo sovietico di Mosca ha portato Varsavia a schierarsi in prima fila al fianco dell'Ucraina. L'ultima proposta della Polonia, proprio come suggerito dall'ex ministro degli esteri polacco Sikorsky, sarebbe stata quella di dare all'Ucraina armi nucleari per difendersi dalla Russia in extrema ratio. Ovviamente la proposta di Sikorsky non è piaciuta a Mosca, che non si è fatta attendere nella risposta, poiché il presidente della Duma, Vieceslav Volodin ha affermato che una mossa del genere comporterebbe la fine dell'esistenza dei Paesi europei. Dunque un vero e proprio avvertimento che non fa altro che agitare nuovamente lo spettro dell'arma nucleare e mettere in allerta la Polonia, già timorosa fino a due mesi fa di un attacco da parte di Mosca.

Varsavia, come bastione della NATO nell'est Europa, aveva già poco dopo l'inizio dell'invasione russa, spedito armi alla vicina Ucraina e proposto in sede NATO di inviare armi pesanti. Come riportato anche dal Giornale, infatti, la Polonia sostiene che la Russia avrebbe violato le regole del "Memorandum di Budapest", firmato il 5 dicembre 1994, che prevedeva la rinuncia da parte dell'Ucraina alle armi nucleari in suo possesso e che aveva ereditato in seguito alla dissoluzione dell'URSS con il trattato di non proliferazione delle armi nucleari in cambio di rassicurazioni da Russia, Stati Uniti e Regno Unito "per la sua sicurezza, indipendenza ed integrità territoriale". Con l'invasione del 24 febbraio il memorandum è stato quindi violato da Mosca, portando quindi ad un ritorno al passato con la restituzione delle armi nucleari a Kiev. In questo caso le ombre del passato tornano alla ribalta, per un astio mai abbandonato nei confronti di Mosca dopo la parentesi dolorosa della Guerra Fredda e soprattutto vedendo la vicina Polonia sottoposta allo stesso imperialismo subito in passato proprio dalla Polonia. Nonostante ciò i timori della Polonia di un attacco da parte di Mosca rimangono non confermati dagli apparati di sicurezza di Varsavia, poiché non si è mai parlato di un piano russo di invasione della Polonia, anche per il semplice motivo della sua appartenenza all'Alleanza Atlantica che comporterebbe in caso di attacco russo, un possibile intervento dei suoi alleati atlantici. Dunque nonostante il forte sostegno di Varsavia a Kiev, sancito ultimamente dalla visita del Presidente della Repubblica Andrej Duda alla Verkhovna Rada e dalle affermazioni del primo ministro polacco Morawiesky riguardo la resistenza del popolo polacco ad un futuro ed ipotetico attacco di Mosca, il comportamento di quest'ultima, almeno ultimamente, contro la Polonia non è mai stato offensivo, anche dettato dalla presenza della NATO in territorio polacco.

TENSIONE TRA MOSCA E VARSAVIA

SULLA PELLE DEI CURDI

A cura di Luigi Olita 

Ancora una volta l'influenza del presidente turco Erdogan ha avuto la meglio sui suoi alleati della NATO. Infatti, a Madrid è stato firmato un memorandum d'intesa tra i capi delle diplomazie di Svezia, Finlandia e Turchia riuscendo a raggiungere l'accordo per l'entrata nella NATO delle prime due. Dunque il veto di Ankara è caduto, mediante in quale Erdogan aveva bloccato il processo di entrata di Helsinki e Stoccolma nell'alleanza militare ed essendo l'ennesima presa di posizione controversa che ha ovviamente indispettito la Casa Bianca. Il memorandum firmato dai tre stati lì impegna a sostenersi reciprocamente contro le minacce alla sicurezza sancendo quindi alla presenza del segretario della NATO Stoltenberg, un avvicinamento tra il presidente finlandese Niisto, la premier svedese Andersson ed Erdogan. Il veto imposto da Ankara riguardava proprio l'appoggio presunto dato da Svezia e Finlandia al PKK, cioè il partito dei lavoratori del Kurdistan, classificato come organizzazione terroristica da Turchia ed USA, e di consegnare quindi i militanti curdi presenti sui loro territori. Alla fine, Svezia e Finlandia hanno ceduto, impegnandosi ad interrompere qualsiasi appoggio a figure vicine al PKK, e Stoccolma è già pronta all'espulsione di figure affiliate o vicine al PKK. 

Secondo il memorandum, Svezia e Finlandia si impegneranno a non offrire supporto alle YPG curde ed al partito dell'Unione democratica. Oltre a ciò Helsinki e Stoccolma stanno già lavorando per estendere il reato di terrorismo all'interno della loro legislazione penale. Una vittoria, come detto all'inizio, per Erdogan, il quale non solo sta continuando la sua guerra contro il PKK nel Kurdistan turco, ma sta martellando anche la fazione siriana delle YPG nel Rojava, dunque contravvenendo al rispetto della sovranità anche del territorio siriano e violando territori dove sono insediati anche i russi, alleati di Damasco nella guerra all'isis, e dagli statunitensi. L'accordo stretto, che vede ancora una volta Erdogan farsi beffe dei suoi alleati atlantici ed europei, è firmato con il sangue dei Curdi, i quali in questi anni hanno combattuto il terrorismo islamico dell'Isis difendendo anche noi europei. Erdogan avrà mano libera nelle zone turca e siriana del Kurdistan, bollando come terrorista qualsiasi curdo arrogandosi il diritto di combatterlo. Dopo l'operazione Scudo dell'Eufrate e ramoscello d'ulivo, l'ennesima pioggia di fuoco sugli eroi ed eroine curdi si prepara ad arrivare.

SULLA PELLE DEI CURDI

GLI ACCORDI DI MISK, UN'OPPORTUNITÀ ACCANTONATA

A cura di Luigi Olita 

Uno degli eventi più importanti di questi giorni è stato sicuramente riascoltare l'ex cancelliera di Germania Angela Merkel riguardo la guerra in Ucraina. Proprio la Merkel, una delle attrici internazionali più vicine a Vladimir Putin per quanto riguarda il Nord stream 2 e per l'utilizzo della diplomazia costante con la Russia, si è espressa in questi giorni condannando fermamente l'invasione della Russia in Ucraina. Ovviamente la condanna arriva dopo che il suo successore negli ultimi mesi aveva tentato di trovare un accordo per il cessate il fuoco, insieme al presidente francese Macron, e soprattutto dopo che la Germania, dopo otto anni di rifiuto di invio di armi ma soltanto ricorrendo alla diplomazia ed alla Ostpolitik in salsa merkeliana, ha al momento varato un enorme pacchetto di spese militari ed di invio di armi all'Ucraina. Dunque dall'era Merkel al cancellierato di Olaf Scholz molte cose sono cambiate per quanto riguarda i rapporti con Mosca, e soprattutto anche dei vecchi accordi di Minsk del 2015, non c'è più traccia.

L'ex cancelliera Merkel fu la protagonista degli accordi di Minsk assieme all'ex capo di Stato francese Hollande, a Vladimir Putin ed all'ex presidente ucraino Petro Poroshenko. Inizialmente, il primo incontro precedente Minsk nel 2015, tra i quattro protagonisti ebbe luogo il 6 giugno del 2014 in Normandia, dando dunque nome al gruppo politico come formato Normandia. Ovviamente furono gettate le basi, non solo in Normandia ma anche nei successivi incontri di cui uno tenutosi a Milano in Italia, per un cessate il fuoco, iniziare una de escalation e soprattutto per lo scambio dei prigionieri tra le due parti. Inizialmente la prima parte degli accordi di Minsk, a partire da febbraio del 2015, con la richiesta di cessate il fuoco venne rispettata anche se non del tutto. Infatti nell'arco di questi otto anni gli scontri in Donbass sono continuati, con minore intensità soltanto in pochi momenti. Gli USA hanno continuato a fornire addestramento ed armi all'esercito ucraino, rendendolo comunque una forza militare di tutto rispetto nell'arco di questi otto anni contribuendo anche a supportarlo con l'intelligence, la quale sta avendo un ruolo chiave nell'attuale guerra a danno della Russia. Con la presidenza Obama iniziò l'addestramento e l'invio di armi, continuando sotto Trump, anche se con un invio di armi minore, mentre con l'arrivo alla Casa Bianca di Joe Biden venne incrementato il supporto all'apparato militare ucraino. 

Ciò ha portato la Russia, a partire da marzo del 2021, secondo l'intelligence ucraina, ad ammassare mezzi militari lungo i confini con l'Ucraina, e quindi portando quest'ultima a svincolarsi dagli accordi di Minsk nel settembre del 2021. Dopo ciò la Russia ha aumentato a dismisura la presenza di truppe ed mezzi militari ai confini, anche per la forte presenza di truppe russe in territorio bielorusso. Nonostante le numerose segnalazioni sia ucraine, sia americane, la Russia ha sostenuto che ciò faceva parte di un programma di esercitazioni e che le truppe sarebbero presto tornate nelle caserme. Tra la fine del 2021 e l'inizio del 2022 la situazione si è riscaldata sempre di più fino ad arrivare all'invasione del 24 febbraio 2022 dietro le mentite spoglie di operazione militare speciale. Nonostante la forte presenza di truppe russe, aumentate a dismisura a partire da ottobre 2021, l'Ucraina è stata la prima a svincolarsi dagli accordi, seguendo ovviamente informazioni della sua intelligence. Da non dimenticare che la presenza russa lungo i confini dell'Ucraina dell'est contribuiva a fornire supporto ai separatisti filo russi del Donbass, i quali per otto anni si sono scontrati con le truppe ucraine, le quali hanno colpito anche la popolazione civile delle due Repubbliche separatiste rendendosi responsabili di massacri. Gli accordi di Minsk, tenuti a mente solo dal presidente francese Macron, il quale attualmente sta ammonendo gli alleati occidentali di non umiliare la Russia, sono stati l'ultima speranza per evitare uno scontro armato tra le due parti interessate, contribuendo ad evitare anche un coinvolgimento da parte di attori esterni che non aiutano di certo le trattative.

GLI ACCORDI DI MISK, UN'OPPORTUNITÀ ACCANTONATA

KISSINGER, TRA FALCHI E COLOMBE

A cura di Luigi Olita 

All'interno della discussione sulla guerra in Ucraina, sicuramente una delle voci più autorevoli è quella di Henry Kissinger. Parliamo di una delle figure, o forse la più importante, del panorama diplomatico occidentale che ha segnato la storia della Guerra Fredda, modellando i rapporti diplomatici degli USA con la controparte orientale, cinese e sovietica. Kissinger è stato consigliere per la sicurezza nazionale sotto il presidente Richard Nixon, ed in seguito Segretario di Stato dal 1973 al 1977 sempre sotto la presidenza Nixon e con il suo successore Gerald Ford. A lui si devono gli accordi di Parigi del 27 gennaio 1973 che sancirono la fine dell'intervento americano in Vietnam e soprattutto la diplomazia del ping pong che avvicinò diplomaticamente la Cina con gli USA. Dunque una delle personalità più abili e grandiose della diplomazia americana ed occidentale, molto ascoltato anche in Russia e Cina. 

Henry Kissinger si è espresso ultimamente sulla guerra in Ucraina affermando che la situazione dovrebbe ritornare allo status quo prima dell'invasione russa, e dunque correggendo anche il tiro di molti che avevano interpretato non correttamente le sue parole riguardo la cessione di territori ucraini alla Russia. Kissinger afferma infatti che ritornando ad una situazione precedente all'invasione sarebbe possibile intavolare trattative riguardo i territori occupati dalla Russia, ma allo stesso tempo è giusto combattere e respingere l'invasione di Mosca senza però combattere la nazione russa in sé. Il diplomatico di origine tedesca inoltre, sostiene che con la Russia bisogna dialogare, proprio perché non è possibile combatterla, e dunque è fondamentale che venga integrata nel sistema politico europeo proprio per la storia che la caratterizza da sempre all'interno del panorama europeo

L'errore della NATO, secondo Kissinger, sarebbe stato quello di offrire all'Ucraina di entrare al suo interno, quindi dando modo alla Russia di preoccuparsi ulteriormente riguardo l'espansione dell'Alleanza Atlantica. Dunque, la lezione diplomatica di Kissinger mette in risalto una realpolitik che è stata recepita ultimamente solo dal presidente francese Emmanuel Macron, il quale ha da sempre cercato di mantenere un canale attivo con il Cremlino ed ha sostenuto che la Russia non deve essere umiliata. Ciò ha sollevato le critiche del ministro degli esteri ucraino, Kuleba, il quale si aggiunge ad una lista di falchi europei che puntano alla vittoria dell'Ucraina ed alla sconfitta della Russia. Le parole di Kissinger rimangono per il momento inascoltate da entrambe le parti, poiché se da un lato Gran Bretagna e Stati Uniti mirano alla distruzione della Russia in Ucraina, seguiti dagli Stati baltici e dalla Polonia, in prima fila contro Mosca, anche dal Cremlino i toni sono estremamente duri. Non manca di farsi sentire spesso e volentieri il vice presidente del consiglio di sicurezza della Federazione Russa ed ex presidente Dimitri Medvedev, il quale utilizza parole al vetriolo e minacce contro l'Occidente e la NATO. Uno dei più falchi al Cremlino insieme al segretario del Consiglio di sicurezza, Nicolai Patrushev, ex uomo del KGB ed ex direttore del fsb, volato subito a Kaliningrad dopo il blocco imposto dalla Lituania.

KISSINGER, TRA FALCHI E COLOMBE

TURCHIA ED UNGHERIA SERPI IN SENO ALLA NATO

A cura di Luigi Olita 

Le trattative per l'entrata di Svezia e Finlandia all'interno dell'Alleanza Atlantica vanno per le lunghe a causa del veto di Ankara e dell'Ungheria di Viktor Orban, già spina nel fianco dell'UE, e con la guerra in Ucraina ciò sta causando non pochi problemi alla NATO. Ungheria e Turchia stanno dimostrando di essere allo stesso tempo di lotta e di alleanza, quindi smentendo in parte la narrazione di una NATO più unita che mai dopo l'invasione russa dell'Ucraina. Ovviamente a queste due nazioni compensano la Svezia e la Finlandia, con il loro desiderio di entrare nella NATO, ma bloccato da Erdogan. Quest'ultimo, negli ultimi giorni, ad una convention del suo partito Diritto e giustizia, ha tirato un gancio secco a tutto il mondo occidentale, affermando che "il sistema creato dall'occidente sta crollando". Parole molto forti che hanno suscitato scalpore soprattutto per quanto riguarda il ruolo di polizia mondiale ricoperto dagli USA e dall'espansione della loro cultura nel globo. Ciò si ricollega ad un recente discorso di Vladimir Putin, il quale ha affermato che non ci saranno poliziotti mondiali dopo il conflitto in Ucraina e nel mondo che si appresta ad essere ridisegnato.

Come abbiamo già trattato ultimamente nei precedenti articoli, Erdogan sta dando numerosi assist a Mosca e soprattutto indebolendo in parte l'avanzata della NATO con i suoi veti e la sua politica estera fin troppo indipendente in Siria contro i Curdi. Ovviamente gli USA e la Gran Bretagna, in prima linea a sostegno dell'Ucraina, hanno le mani legate. Infatti, sarebbe impossibile da un punto di vista strategico cacciare dalla NATO la Turchia poiché secondo membro più potente dal punto di vista militare ma soprattutto fondamentale dal punto di vista geostrategico con la base NATO di Incirlyck. Anche Viktor Orban ha preso delle posizioni nette all'interno della NATO, non da mina vagante come Erdogan, ma sicuramente insidiose in sede NATO. Infatti l'ultima vittoria di Orban è stata quella di preservare il patriarca di Mosca Kirill dalle sanzioni occidentali. Quando l'Unione Europea stava cercando di mettere in piedi un embargo sul petrolio russo, all'Ungheria sono state offerte forniture sostitutive che avrebbero garantito la sicurezza energetica a Budapest e mostrato a Mosca un fronte unito sulla guerra in Ucraina. Ma il primo ministro Viktor Orban ha deciso che per il suo Paese era più conveniente ottenere greggio più economico attraverso l'oleodotto russo dell'Ungheria, sfruttando il suo potere di veto.

L'obiettivo dei Paesi membri dell'UE sarebbe stato quello di mettere in piedi un fronte unito contro Mosca e allontanare Orban dalla Russia tanto da essere disposti a pagare il costo della transizione dell'Ungheria dal petrolio russo. La linea di Viktor Orban ha prevalso ed alla fine è riuscito a far rimuovere dalle sanzioni il patriarca Kirill. La strategia di opposizione e di preservazione della sicurezza nazionale messa in atto da Ungheria e Turchia sta facendo nascere sempre di più varie correnti all'interno della NATO, dannose per quest'ultima e che potrebbero essere prese come esempio, nel lungo periodo, da altri membri alleati degli USA decisi a non rinunciare ai loro rapporti diplomatici e commerciali con Mosca.

TURCHIA ED UNGHERIA SERPI IN SENO ALLA NATO

IL BLOCCO DI KALININGRAD E L'IRA DI MOSCA

A cura di Luigi Olita 

Le ultime ore hanno fatto emergere una nuova tensione collegata al conflitto russo ucraino, poiché la Lituania ha bloccato il passaggio dalla Russia verso l'exclave russa di Kaliningrad di carbone metalli, materiali tecnologici e di altri beni sanzionati dall'UE. Kaliningrad è situata tra Polonia, Lituania e Mar Baltico, e dalla sua conquista, passando per la guerra fredda fino ai giorni nostri, Kaliningrad è il luogo strategico che rappresentò l'URSS prima e la Federazione Russa poi in territorio avversario, essendo soprattutto la sede della flotta russa nel Mar Baltico, oltre che base militare russa estremamente avanzata. La piccola enclave fu conquistata dall'URSS nel 1945, sottratta alla Germania nazista e ripulita della popolazione autoctona ed in seguito occupato soprattutto da russi, bielorussi e ucraini. La mossa di Vilnius, in accordo e su suggerimento della commissione dell'UE, come affermato dal Kommersant russo, non è stata di certo apprezzata dalla Federazione Russa, la quale ha affermato per bocca della diplomazia russa che ulteriori azioni contro il territorio russo saranno seguire da conseguenze per la difesa territoriale.

Molti esponenti del mondo politico russo hanno parlato di vera e propria aggressione della NATO verso la Russia, infatti non si è fatto attendere Andrey Klymov, capo della commissione parlamentare della Duma della Federazione Russa per la protezione della sovranità, già presidente della commissione affari esteri, il quale ha affermato che l'atto in questione rappresenta un'aggressione diretta contro la Russia e ciò costringe il paese all'auto difesa. Dunque una mossa dura in piena regola architettata dall'UE per indebolire la Russia utilizzando sempre il tema delle sanzioni ma allo stesso tempo rischiando di fare aggravare ancora di più la situazione già di per sé critica. C'è da sottolineare che la Lituania è un membro della NATO, quindi un possibile attacco militare da parte di Mosca contro di essa farebbe scattare l'articolo 5 dell'Alleanza Atlantica portando ad intervenire in suo soccorso, con mezzi militari e non, tutti gli altri Paesi membri. Sicuramente un attacco da parte di Mosca, seppur ipotizzabile, farebbe scoppiare in piena regola un conflitto su larga scala. Dunque se da un lato si cerca di trovare uno spiraglio di luce per fare sedere ai tavoli delle trattative le parti in conflitto, dall'altra le azioni che vengono prese giornalmente non fanno altro che gettare benzina sul fuoco ed esacerbare la situazione. 

Ovviamente un ritorno alla situazione prima dell'invasione come auspicato dall'ex segretario di stato americano Henry Kissinger per molti non può essere raggiunta se non con l'invio di armi, dunque resistendo all'esercito russo e costringendo Mosca ad una trattativa, mentre per altri sarebbe utili raggiungerla con un cessate il fuoco, in modo diplomatico, senza la via del combattimento affinché si possa negoziare sul Donbass e sulla Crimea. In ogni caso, la via del combattimento sembra essere quella scelta da entrambe le parti, con gli USA volenterosi a continuare il logoramento dell'apparato militare russo sul suolo ucraino, de facto in guerra contro Mosca come anche suggerito dal New York Times, e dall'altra Mosca che difende il popolo filo russo e separatista del Donbass non rinunciando a spingersi nella zona costiera per sue mire egemoniche e geostrategiche con il doppio obiettivo di strozzare l'Ucraina nella zona marittima ma allo stesso tempo conquistare spazi strategicamente rilevanti.

IL BLOCCO DI KALININGRAD E L'IRA DI MOSCA

LE PETROLMONARCHIE CERCANO MOSCA

A cura di Luigi Olita 

L'incontro del ministro degli esteri russo Sergej Lavrov con i membri del Consiglio di cooperazione del Golfo avvenuto in queste ultime ore è un altro chiaro segno della volontà della Russia di affermare il mondo multipolare. Già negli ultimi mesi una delle potenze più importanti del Golfo Persico, l'Arabia Saudita, aveva espresso numerose critiche verso gli USA e la loro politica di mancato supporto alla guerra in Yemen contro i ribelli Houthy. L'azione Saudita si è evoluta in un costante allontanamento dagli USA ed un avvicinamento a Mosca. L'incontro con i membri del Consiglio di cooperazione del Golfo è stato estremamente importante per il capo della diplomazia russa, poiché l'attenzione riservata dalle petrolmonarchie per la crisi alimentare e per il gas, di cui la Russia è una delle maggiori esportatrici. Le nazioni del Consiglio hanno comunque incassato le lodi di Lavrov per l'attenzione posta a queste questioni fondamentali per il pianeta. Anche la mancata adesione delle maggiori potenze del Golfo di aderire alle sanzioni contro Mosca, come chiesto da Washington, ha saldato i rapporti tra la Russia ed i partner petroliferi.

Il Wall Street Journal ha scritto martedì 31 maggio che l’OPEC starebbe valutando un’opzione: l’organizzazione dei Paesi produttori di petrolio, infatti, starebbe pensando di sospendere la Russia dal sistema di quote della coalizione OPEC+ che comprende Mosca come secondo produttore al mondo, poiché le sanzioni imposte dagli USA e sai suoi alleati, impediscono alla Russia di aumentare la produzione come accordato. Secondo il WSJ, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti si impegnerebbero a colmare colmerebbero il vuoto di approvvigionamento. Ovviamente l'incontro tra le petrolmonarchie e la Russia assesta ancora di più un colpo basso a Washington, mediante la diplomazia messa in campo da Lavrov e che starebbe evitando in questo contesto di porre la Russia in una sorta di isolamento internazionale come auspicato dagli USA. Anche in sede NATO le cose non vanno per il verso giusto, poiché se da un lato l'Alleanza Atlantica si è compattata per fronteggiare la Russia, presenta comunque delle crepe messe in luce proprio dall'Ungheria e dalla Turchia. Quest'ultima non solo avrebbe posto il veto per impedire l'entrata all'interno della NATO di Svezia e Finlandia, ma avrebbe intrapreso una nuova operazione militare nella zona del Rojava contro le YPG Curde per neutralizzare la minaccia del partito dei lavoratori del Kurdistan, il PKK. L'azione delle truppe turche avrebbe preso di mira anche zone controllate dalla coalizione a guida americana, ed alcune zone sotto il controllo dell'esercito russo. Una spina nel fianco della NATO, che avrebbe in questo contesto il mondo arabo non pienamente dalla sua parte e soprattutto Ankara come avversario in casa.

LE PETROLMONARCHIE CERCANO MOSCA

ENI-GAZPROM: LA GUERRA ENERGETICA ARRIVA ANCHE IN ITALIA

A cura di Luigi Olita 

Non solo Polonia, Finlandia e Bulgaria. Anche l'Italia sta iniziando a subire la guerra energetica avviata dal Cremlino a tutti coloro che si sono uniti alle sanzioni contro la Russia supportando la causa ucraina. Infatti, Mosca, dopo aver minacciato di tagliare le forniture di gas all'Italia, ha messo in atto proprio nelle ultime ore il taglio di forniture. Proprio Gazprom, colosso energetico della Federazione Russa, a fronte di una richiesta giornaliera di gas da parte di Eni, ha subito comunicato che fornirà all'Italia soltanto il 50% della richiesta. La decisione presa dalla Gazprom arriva all'indomani della visita del Presidente del Consiglio Mario Draghi a Kiev, insieme al cancelliere di Germania Olaf Scholz ed al Presidente francese Macron. Una visita che ha sicuramente irritato, per l'ennesima volta il governo Russo, poiché mette ancora di più in risalto la posizione filo ucraina dell'Italia con cui Mosca ha, non si sa per quanto, dei solidi accordi energetici. Ovviamente la progressiva riduzione del flusso, nei mesi a venire, sarà sicuramente sentita ed accusata, poiché anche se non incide ancora sul fabbisogno dei Paesi soggetti al taglio delle forniture, sta fortemente penalizzando le bollette, facendo volare il prezzo del gas. 

A fare da scudo al taglio da parte di Gazprom ci hanno pensato l'Algeria ed il gasdotto Tap, riuscendo a coprire quasi del tutto la domanda nazionale di gas, e subito sono arrivate le rassicurazioni del ministro per la transizione ecologica Cingolani, il quale ha sostenuto che il taglio del gas ha comportato un danno limitato alla nazione, con la situazione costantemente monitorata da governo, pronto ad intervenire in caso di problemi. In questi giorni, il prezzo del gas in Europa, arrivato nelle ultime ore ad un picco di 149 euro per MWh, è salito del 7,3% a 133,50 euro per MWh. Anche Slovacchia, Francia e Germania stanno subendo la stessa sorte dell'Italia, con preoccupazioni a Berlino di una possibile chiusura del gasdotto Nord Stream 2, cavallo di battaglia dell'ex cancelliera Angela Merkel. Dunque il braccio di ferro del gas ha messo in luce tutta la sua natura geopolitica, essendo prevedibile, tenendo con il fiato sul collo i Paesi dipendenti dalla Russia, ma coinvolgendo nella partita energetica anche Washington, desiderosa di fare affari con l'Europa dopo le prese di posizioni di Mosca, la quale si sta spostando sempre di più ad Oriente.

ENI-GAZPROM: LA GUERRA ENERGETICA ARRIVA ANCHE IN ITALIA

LA FINE DELLE AMBIGUITÀ SU TAIWAN

A cura di Luigi Olita 

La piccola isola di Taiwan è da sempre obiettivo di Pechino, infatti secondo le ultime dichiarazioni del governo cinese, la riunificazione di Taiwan con la Cina sarà in futuro inevitabile e nessuno riuscirà a fermare questo processo. Non si è fatta attendere la risposta di Joe Biden alle continue pretese di Pechino, poiché in una conferenza stampa tenutasi in Giappone nel mese di maggio durante il suo viaggio in Giappone e Corea del Sud, l'inquilino della Casa Bianca ha affermato che si impegnerà militarmente se la Cina dovesse mai attaccare Taiwan. Una volta per tutte, l'ambiguità strategica mantenuta dai suoi predecessori riguardo il dossier Cina-Taiwan è caduto per sempre, facendo apparire, anche se già prevedibile, la posizione di Washington sulla questione. Secondo il Taiwan relations Act del 1979, gli USA non hanno però nessun impegno ad intervenire militarmente per difendere Taiwan, poiché il trattato spostava le relazioni diplomatiche ufficiali di Washington con la Repubblica popolare Cinese. Inoltre Washington si impegnava a vendere armi difensive alla piccola Repubblica di Cina (Taiwan), considerando comunque un attacco da parte di Pechino a Taiwan come una grave violazione della pace in Asia orientale.

Le dichiarazioni di Biden hanno sicuramente infiammato gli animi oltre la Città Proibita, infatti lo staff presidenziale si è affrettato ad ammorbidire la situazione cercando di farlo passare come una gaffe. È importante sottolineare che nonostante Biden abbia spesso rilasciato dichiarazioni con gaffe, in questo caso di Taiwan la questione è sicuramente diversa, poiché non solo viene fatta cadere l'ambiguità degli USA su Taiwan, rimproverata molte volte dalla stessa Taipei, ma sarebbe anche un monito alla Cina per evitare uno scontro armato nello stretto di Taiwan. L'obiettivo cinese è fin troppo chiaro, poiché non è il se, ma il quando avverrà l'annessione militare della piccola isola. Dunque, nonostante la moderazione e diplomazia messa in campo dallo staff presidenziale e della difesa USA per calmare gli animi di Pechino, è importante notare che negli ultimi anni l'impegno di Washington verso Taiwan è aumentato di molto e soprattutto la ritirata fragorosa ed imbarazzante dall'Afghanistan hanno assestato sicuramente un duro colpo alla credibilità americana di poliziotto mondiale. Posizione sulla quale la stessa Cina pare averci cavalcato in modo tale da intraprendere nuovi obiettivi in politica estera anche grazie al suo Soft Power, in opposizione al Military Power Americano.

LA FINE DELLE AMBIGUITÀ SU TAIWAN

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