IL LIBANO NEL MIRINO DELLE PETROMONARCHIE

IL LIBANO NEL MIRINO DELLE PETROMONARCHIE

A cura di Luigi Olita

Il Libano dallo scorso agosto 2020, dopo l'esplosione al porto di Beirut, non riesce a prendere pace. Dopo la mancanza di viveri, energia elettrica ed i segnali di una imminente guerra civile, la Terra dei cedri sta rischiando l'isolamento internazionale. Infatti, dopo le ultime proteste in piazza da parte di militanti di Hezbollah, presi di mira da cecchini appartenenti alle milizie cristiane, adesso la tensione nella vecchia Parigi del Medioriente si sposta sul lato internazionale. Ultimo è stato il muro sollevato dall'Arabia Saudita, la quale indignata dalle dichiarazioni del ministro dell'informazione libanese Kordahi, del governo Mikati, risalenti allo scorso agosto ma uscite nell'ultima settimana sul canale Al Jazeera, hanno fatto scoppiare una forte tensione tra il Libano e la monarchia di Rihad. Quest'ultima è stata spiazzata dalle dichiarazioni rilasciate su i ribelli Houthi in Yemen, i quali a detta di Kordahi stanno combattendo il conflitto yemenita contro l'Arabia Saudita per legittima difesa.

L'Arabia Saudita dunque, etichettata come stato invasore del piccolo Yemen, ha lanciato accuse contro Beirut, intimando il suo corpo diplomatico a ritornare in patria. Stessa mossa è stata attuata dal Bahrein e dagli Emirati Arabi Uniti, i quali hanno intimato il loro corpo diplomatico ed i loro cittadini residenti in Libano di ritornare in patria. Inoltre i rispettivi ambasciatori libanesi impegnati diplomaticamente a Manama e Abu Dhabi sono stati invitati a lasciare le capitali per fare ritorno in Libano. Anche lo Yemen ha seguito a ruota in queste azioni punitive le monarchie del Golfo, essendo il governo yemenita sponsorizzato e sostenuto in particolar modo da Rihad. Ovviamente le tensioni internazionali che coinvolgono la Terra dei cedri hanno un comun denominatore che si può ritrovare nel Partito di Dio, Hezbollah. Quest'ultimo ha una forte influenza nella parte sud

Del Libano ed è osteggiato principalmente da Israele, Usa e dalle principali monarchie del Golfo di stampo sunnita. Hezbollah è sostenuto dall'Iran, consentendo a quest'ultimo di inserirsi nel Paese a discapito di Israele e dei suoi alleati. La forte influenza iraniana che sta crescendo ulteriormente nel Paese ha messo sotto allarme le petromonarchie ed i suoi alleati, le quali hanno trovato come catalizzatore per agire proprio le ultime dichiarazioni di Kordahi. 

In questo panorama, gli USA di Joe Biden, che avevano visitato il Libano ad inizio settembre con una delegazione del Senato americano per intimare il Paese a velocizzare la formazione di un nuovo esecutivo, si trovano in questo caso a seguire da dietro le quinte la guerra fredda tra le potenze sunnite contro l'Iran sciita ed il suo proxy Hezbollah. L'atteggiamento cauto di Washington sta alla base di un tentativo di miglioramento delle relazioni con l'Iran e per trovare nuovamente un accordo sul nucleare stracciato da Donald Trump durante la sua presidenza. Ovviamente questa presa di posizione è osteggiata dalla maggior parte dei falchi dell'amministrazione Biden soprattutto appartenenti al comparto intelligence e militare, oltre che dall'arcinemico di Teheran, cioè Tel Aviv. Se l'Arabia Saudita era stata una delle migliori garanzie per il Libano per attenuare le tensioni degli ultimi mesi con Hezbollah, ovviamente l'entrata a gamba tesa dell'Iran non solo nella piccola Terra dei cedri, ma soprattutto nel pantano afghano ha messo in allarme Rihad, facendole cambiare drasticamente il passo e facendo trapelare che la crescita delle tensioni potrebbe trasformare il Libano in un nuovo campo di battaglia tra potenze.